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L’Italia è l’immagine sputata del Costa Concordia. Il Costa Concordia è l’ideale allegoria dell’Italia. Quante volte avete letto, riletto e risentito questi parallelismi negli ultimi quindici giorni? Spiace ripetere cose già dette da altri, ma non esiste verità più cristallina. L’Italia è come la carretta del mare di Costa Crociere: inaffondabile. Sventuratamente, lo è soprattutto dopo che è stata affondata. Non c’è catastrofe marittima, speronamento, siluramento, cozzo improvviso con le secche scogliose che riesca a toglierci di torno la sua gocciolante e pesta carcassa. Sderenata dalle perenni cornate contro faraglioni e roccioni affioranti, la petula bagnarola non s’inabissa, non scompare tra i flutti, non s’acquatta sul fondo a far da ostello ai dentici lagunari, non s’offre alla biocenosi coralligena delle gorgonie festanti. Essa invece si corica, si capotta, si ribalta, s’aggroviglia, si piega a novanta gradi scatavoltando sedie, lampadari, cadaveri e tavoli da biliardo contro le pareti di tribordo. Si riduce ad ammasso di modernità frantumata, a discarica di articoli di lusso biancheggianti tra il guizzare dei pesci, a camposanto galleggiante delle velleità economiche, turistiche e imprenditoriali dei maldestri. Ma non affonda. Resta lì immobile, il corpaccione marcescente adagiato sulla linea dell’orizzonte, a pochi metri dalla battigia, quale monito sempiterno della nostra condanna al limbo: troppo indecente per vivere, troppo stupida per morire.
L’Italia è colata a picco, ma il suo ingombrante relitto non se ne dà pensiero e continua imperterrito a inquinare, a intralciare la navigazione, a occupare le prime serate, a ostruire la visuale di chi cerca di scrutare lontano. Come in certi racconti dell’orrore di Ambrose Bierce, è un morto che non sa di essere morto e non cessa di scimmiottare la vita, suscitando raccapriccio e sconcerto tra i tremuli viandanti notturni.
Prendiamo i passeggeri del Concordia. Tra essi si sono contati circa 4200 morti, tranne una ventina di persone, per loro fortuna ritrovate cadavere. Quattromiladuecento zombi il cui ideale di vacanza è rinchiudersi per nove giorni in una colossale cassa da morto in ferraglia smaltata a tracannare Anisette e Cuba Libre, a strafarsi di Bingo, ad abbrutirsi di stretching e laboratori di manualità, a scimunirsi con le performance prestidigitatorie del Mago Martin, “Il testimone dell’impossibile”, a sbracarsi sulle sdraio del Grill di poppa. Dopo il naufragio, i tg della sera si sono riempiti dei loro recriminanti mugugni dialettali, biascicati nella carente alfabetizzazione ricevuta dalla stessa scatola catodica che gli fornisce l’informazione sul mondo e i consigli per le vacanze. Vengono in mente gli stessi suoni gutturali dei nostri emigranti verso l’America, anneriti dal fumo e dal sole, affastellati come sardine in sottostiva maleolenti d’escrementi e sudore, morti nell’aspetto, ma con la vita e il futuro accesi nelle pupille. Al confronto, i forzati della crociera paiono orridi spettri, pervasi della medesima atavica ignoranza, ma con soltanto il proprio insulso passato nello sguardo. Nessun futuro.
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