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L'INDIPENDENZA DEI BOCCALONI PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Giovedì 21 Febbraio 2008 22:19

UN'INDIPENDENZA POSTMODERNA
di John Laughland
dal sito Lewrockwell.com
Traduzione di Gianluca Freda

 

Sembrava che non ci sarebbero state conseguenze immediate quando, nel 1908, l’Austria annettè la Bosnia-Erzegovina. Vienna agiva in palese violazione del Trattato di Berlino del 1878, che aveva firmato e che assegnava la Bosnia alla Turchia, ma le proteste di Russia e Serbia furono inutili. L’anno successivo il fatto ormai compiuto fu messo per iscritto in un trattato appositamente emendato. Ma sei anni dopo un cecchino serbo appoggiato dalla Russia si vendicò assassinando a Sarajevo l’erede al trono d’Austria, nel giugno 1914. Il resto è storia.

I parallelismi tra il Kosovo del 2008 e la Bosnia del 1908 sono piuttosto rilevanti, e non solo perché, quale che sia l’artificio legale utilizzato dall’occidente per aggirare la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – che assegnava il Kosovo alla Serbia – la proclamazione del nuovo stato avrà incalcolabili conseguenze a lungo termine: sui movimenti secessionisti dal Belgio al Mar Nero, passando per la Bosnia, sulle relazioni con Cina e Russia, sul sistema internazionale nel suo complesso. Sono anche rilevanti perché l’ultima cosa che il nuovo stato proclamato a Pristina domenica scorsa otterrà sarà l’indipendenza. Al contrario, ciò che è emerso a sud del fiume Ibar è uno stato postmoderno, un’entità che sarà sovrana solo di nome e che è in realtà un protettorato USA-UE.

L’Unione Europea sta per inviare in Kosovo 2.000 soldati a prendere il posto delle Nazioni Unite, che hanno governato la regione fin dal 1999. Vuole nominare una Rappresentanza Civile Internazionale che – secondo il progetto elaborato l’anno scorso dall’inviato delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari – sarà in Kosovo l’”autorità suprema”, col potere di “correggere o annullare le decisioni delle autorità pubbliche del Kosovo”. Il Kosovo avrebbe avuto molta più indipendenza alle condizioni offerte da Belgrado di quanta ne avrà adesso.

Coloro che approvano quella specie di “sovranità polivalente” e di “statalità postnazionale” che già abbiamo in UE, danno il benvenuto a questi accordi, visti come rottura del crudo decisionismo dello statalismo post-westfaliano. Ma queste finzioni sono in realtà sempre allestite dalle innumerevoli realtà del potere più bieco. Ci sono 16.000 uomini della Nato in Kosovo e non hanno nessuna intenzione di tornarsene a casa; anzi, proprio ora stanno per ricevere un incremento di 1.000 militari inviati dall’Inghilterra. Loro, e non l’esercito del Kosovo, saranno responsabili per la sicurezza interna ed esterna della provincia.

Il Kosovo ospita anche una grande base militare americana, Camp Bondsteel, vicino Urosevac: una mini Guantanamo che è solo una dell’arcipelago di basi militari americane in Europa Orientale, nei Balcani e in Asia Centrale. Ecco perché il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, nel suo discorso di domenica, ha attaccato specificamente gli Stati Uniti per la proclamazione d’indipendenza del Kosovo, affermando che essa è la dimostrazione che “gli Stati Uniti sono pronti a ridicolizzare l’ordine internazionale, con la violenza e l’assenza di scrupoli, al solo scopo di perseguire i propri interessi militari”.

Per simbolizzare il proprio status di ultimo arrivato nella colonia Euro-Atlantica, il Kosovo ha scelto una bandiera modellata su quella della Bosnia-Erzegovina: lo stesso oro dell’UE, le stesse stelle su sfondo blu. Perché anche la Bosnia è governata da un alto funzionario straniero che ha il potere di annullare l’elezione dei politici e abolire le leggi, il tutto allo scopo di preparare il paese per l’integrazione nell’UE.

Proprio come avvenuto per la Bosnia, anche il Kosovo ha ricevuto miliardi per finanziare l’amministrazione internazionale, ma non per migliorare il tenore di vita del suo popolo. Il Kosovo è una palude di povertà e corruzione, entrambe esplose a partire dal 1999, e i suoi abitanti hanno trascinato le proprie vite per nove anni in uno stato mafioso dove non esiste lavoro e neppure un’adeguata fornitura di energia elettrica: la corrente viene staccata ogni poche ore e le strade delle città del Kosovo esplodono di un tintinnante ronzìo tutte le volte che case e negozi avviano all’unisono i propri generatori.

Questa tragica situazione è resa possibile dalla fatale scissione, propria di ogni interventismo, tra potere e responsabilità. La comunità internazionale ha orchestrato minuziosamente ogni aspetto dello sbriciolamento della Jugoslavia, fin da quando l’UE gestì l’accordo di Brioni a pochi giorni dall’inizio della guerra in Slovenia, nel luglio 1991. Ma ha sempre addossato le responsabilità agli abitanti del luogo. Anche oggi, il nuovo governo del Kosovo sarà controllato dai suoi padroni internazionali, i quali però non accetteranno alcuna responsabilità per i loro fallimenti. Preferiscono governare da dietro le quinte, nella pericolosa – e senza dubbio deliberata – discrepanza tra apparenza e realtà.

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