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IL BABAU: VITA E OPERE PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Giovedì 05 Gennaio 2012 22:57

hitler 1933

 

COME HITLER ABBATTE’ LA DISOCCUPAZIONE E FECE RIVIVERE L’ECONOMIA TEDESCA

di Mark Weber

dal sito Institute for Historical Review

traduzione di Gianluca Freda

 

 


“...Coloro che parlano di ‘democrazie’ e ‘dittature’, semplicemente non capiscono che in questo paese ha avuto luogo una rivoluzione, i risultati della quale possono essere considerati democratici nel senso più alto di questo termine, se la democrazia ha un concreto significato...”

(Discorso di Adolf Hitler al Reichstag, 30 gennaio 1937)

 

 


Per affrontare la massiccia disoccupazione e la paralisi economica della Grande Depressione, tanto il governo americano quanto quello tedesco lanciarono programmi innovativi e ambiziosi. Se le misure varate col “New Deal” del presidente Franklin Roosevelt offrirono un aiuto solo marginale, le politiche assai più ampie e mirate del Terzo Reich si rivelarono notevolmente più efficaci. In soli tre anni la disoccupazione era stata eliminata e l’economia della Germania era tornata a fiorire. E se il metodo utilizzato da Roosevelt per fronteggiare la depressione è abbastanza noto, la rimarchevole storia del sistema adottato da Hitler contro la crisi non è mai stata pienamente compresa o apprezzata.


Adolf Hitler divenne Cancelliere di Germania il 30 gennaio 1933. Poche settimane dopo, il 4 marzo, Franklin Roosevelt assunse la carica di Presidente degli Stati Uniti. Entrambi restarono capi degli esecutivi dei rispettivi paesi per i dodici anni che seguirono, fino cioè all’aprile 1945, poco prima della fine della II Guerra Mondiale in Europa. All’inizio del 1933, la produzione industriale in entrambi i paesi era crollata a circa metà di ciò che era stata nel 1929. Ciascun capo di stato adottò rapidamente nuove e coraggiose misure per fronteggiare la terribile crisi economica, soprattutto con riguardo al flagello della disoccupazione di massa. E sebbene vi siano alcune impressionanti similarità tra gli sforzi compiuti dai due governi, i risultati ottenuti furono molto diversi.


Uno dei più influenti e studiati economisti americani del ventesimo secolo è stato John Kenneth Galbraith. Fu consigliere di diversi presidenti e per un periodo ebbe l’incarico di ambasciatore americano in India. Fu autore di dozzine di libri e per anni insegnò economia presso l’Università di Harvard. Riguardo ai risultati ottenuti dalla Germania, Galbraith scrisse: “...L’eliminazione della disoccupazione in Germania durante la Grande Depressione, senza produrre inflazione – e facendo inizialmente affidamento sulle sole attività civili – fu una conquista straordinaria. E’ stata raramente encomiata e non molto sottolineata. L’idea che da Hitler non potesse venire niente di buono si estende alle sue politiche economiche, così come, più plausibilmente, ad ogni altra cosa”.


La politica economica del regime hitleriano, prosegue Galbraith, comprendeva “prestiti su larga scala per la spesa pubblica, all’inizio principalmente per opere civili: ferrovie, canali e le Autobahnen [la rete autostradale]. Il risultato fu un attacco alla disoccupazione che si rivelò molto più efficace che in qualsiasi altro paese industrializzato”. [1]


“Alla fine del 1935”, scrive ancora Galbraith, “la disoccupazione in Germania non esisteva più. Nel 1936 gli alti profitti facevano già salire i prezzi o rendevano possibile alzarli... Alla fine degli anni ’30, la Germania era un paese a piena occupazione e con prezzi stabili. Si trattò, nel mondo industrializzato, di un risultato assolutamente unico”. [2]


“Hitler riuscì anche ad anticipare le moderne politiche economiche”, nota l’economista, “riconoscendo che una rapida ripresa della piena occupazione sarebbe stata possibile solo se combinata con il controllo sui salari e sui prezzi. Non c’è da sorprendersi che una nazione oppressa dalle paure economiche rispondesse a Hitler come gli americani risposero a F.D.R.”. [3]


Altri paesi, scrive Galbraith, non furono in grado di comprendere l’esperienza tedesca o di imparare da essa: “L’esempio tedesco fu istruttivo ma non convincente. I conservatori britannici e americani guardavano alle eresie finanziarie del Nazismo – il prestito e la spesa – e prevedevano concordemente un collasso... E i liberali americani e i socialisti britannici guardavano la repressione, la distruzione dei sindacati, le Camicie Brune, le Camicie Nere, i campi di concentramento, l’oratoria strepitante, e ignoravano l’economia. Nulla di buono [essi credevano], nemmeno la piena occupazione, sarebbe potuto venire da Hitler”. [4]


Due giorni dopo aver assunto l’incarico di Cancelliere, Hitler si rivolse per radio alla nazione. Sebbene lui e altri leader del suo movimento avessero resa esplicita l’intenzione di riorganizzare la vita sociale, politica, culturale ed educativa della nazione in accordo con i princìpi nazionalsocialisti, tutti capivano che, con quasi sei milioni di disoccupati e l’economia del paese alla paralisi, la massima priorità del movimento era quella di rimettere in moto la vita economica nazionale, aggredendo anzitutto la disoccupazione ed edificando opere produttive.


“La miseria del nostro popolo è terribile da contemplare!”, disse Hitler nel suo discorso inaugurale. [5] “Accanto ai milioni di lavoratori dell’industria affamati e senza impiego, vi è l’impoverimento dell’intera classe media e degli artigiani. Se questo collasso dovesse infine distruggere anche i contadini tedeschi, ci troveremmo di fronte ad una catastrofe di dimensioni incalcolabili. Non sarebbe soltanto il collasso di una nazione, ma del retaggio, antico di duemila anni, di alcune tra le più grandi conquiste della cultura e della civiltà umana...”


Il nuovo governo, disse Hitler, avrebbe “intrapreso il grande compito di riorganizzare l’economia della nostra nazione per mezzo di due grandi piani quadriennali. I contadini tedeschi devono essere salvaguardati per garantire le necessità alimentari della nazione e, di conseguenza, la sua base vitale. L’operaio tedesco verrà salvato dalla rovina grazie ad un attacco concertato e a tutto campo contro la disoccupazione”.


“Entro quattro anni”, garantì, “la disoccupazione sarà definitivamente superata. [...] I partiti marxisti e i loro alleati hanno avuto 14 anni per dimostrare ciò che erano in grado di fare. Il risultato è un cumulo di rovine. Ora, popolo di Germania, concedi a noi quattro anni di tempo e poi darai un giudizio su di noi!”.

 

Ripudiando le prospettive economiche nebulose e poco concrete di certi attivisti radicali del suo partito, Hitler si rivolse a uomini di provata capacità e competenza. Molto significativamente, chiese l’aiuto di Hjalmar Schacht, banchiere e finanziere di spicco con un impressionante curriculum tanto nell’imprenditoria privata quanto nel settore pubblico. Sebbene Schacht non fosse di certo un nazionalsocialista, Hitler lo nominò presidente della banca centrale tedesca, la Reichsbank, e poi ministro dell’economia.


Dopo avere assunto il potere, scrive il Prof. John Garraty, eminente storico americano, Hitler e il suo nuovo governo “lanciarono immediatamente un attacco a tutto campo contro la disoccupazione... Stimolarono l’industria privata attraverso sussidi e sgravi fiscali, incoraggiarono la spesa dei consumatori con strumenti quali i prestiti matrimoniali e si lanciarono in un massiccio programma di opere pubbliche che produsse autobahn [autostrade], abitazioni, ferrovie e progetti di navigazione”. [6]


I nuovi capi di regime riuscirono a convincere anche quei cittadini tedeschi che un tempo erano scettici e perfino ostili, della propria sincerità, capacità e risolutezza. Ciò accrebbe la fiducia e la sicurezza, il che a sua volta incoraggiò gli uomini d’affari a compiere assunzioni e investimenti e i consumatori a spendere con lo sguardo rivolto al futuro.


Come avevano promesso, Hitler e il suo governo nazionalsocialista eliminarono la disoccupazione entro quattro anni. Il numero di disoccupati scese dai sei milioni dell’inizio del 1933, quando Hitler era salito al potere, al milione del 1936. [7] Il tasso di disoccupazione si ridusse in modo così rapido che nel biennio 1937-38 si registrò una carenza nazionale di forza lavoro. [8]


Per la stragrande maggioranza dei tedeschi, i salari e le condizioni di lavoro andarono rapidamente migliorando. Tra il 1932 e il 1938 la paga settimanale lorda crebbe del 21%. Se si tiene conto delle trattenute fiscali e assicurative e degli adeguamenti al costo della vita, l’incremento degli introiti settimanali durante questo periodo fu del 14%. Allo stesso tempo, il prezzo degli affitti rimase stabile e vi fu un relativo calo dei costi della luce e del riscaldamento. Calarono anche i prezzi di alcuni beni di consumo, come apparecchi elettrici, orologi da muro e da polso e alcuni generi alimentari. Il salario degli operai continuò a crescere, anche dopo l’inizio della guerra. Nel 1943 la paga oraria media di un lavoratore tedesco era cresciuta del 25% e quella settimanale del 41%. [9]


La “normale” giornata lavorativa, per molti tedeschi, era di otto ore e la retribuzione per gli straordinari era generosa. [10] Oltre ai salari più alti, i benefici includevano anche il miglioramento delle condizioni di lavoro, ad esempio migliori condizioni sanitarie e di sicurezza, mense che fornivano pasti caldi, campi di atletica, parchi, recite teatrali e concerti sovvenzionati dalle aziende, mostre, gruppi sportivi ed escursionistici, balletti, corsi di educazione per adulti e gite turistiche pagate. [11] Il preesistente sistema di programmi sociali, che includeva le pensioni di anzianità e l’assistenza sanitaria, venne ampliato ulteriormente.


Hitler voleva che i tedeschi avessero “il più alto standard di vita possibile”, come disse in un’intervista rilasciata ad un giornalista americano all’inizio del 1934. “A mio giudizio, gli americani hanno ragione nel non voler porre tutti allo stesso livello, mantenendo invece il principio della scala. Però, ad ogni singolo cittadino deve essere garantita l’opportunità di poter salire i gradini di quella scala”. [12] Per tener fede a questa prospettiva, il governo di Hitler promosse la mobilità sociale, con ampie opportunità di crescita e di carriera. Come osserva il Prof. Garraty: “Non vi è ombra di dubbio che i nazisti incoraggiarono la mobilità sociale ed economica della classe lavoratrice”. Per promuovere l’acquisizione di nuove competenze, il governo ampliò a dismisura i programmi di avviamento professionale e offrì generosi incentivi per gli scatti di carriera dei lavoratori più efficienti. [13]


Tanto l’ideologia nazionalsocialista quanto la visione di Hitler, scrive lo storico John Garraty, “spingevano il regime a privilegiare il comune cittadino tedesco sui gruppi d’èlite. Gli operai... avevano un posto d’onore all’interno del sistema”. In linea con quest’idea, il regime concesse ai lavoratori sostanziosi benefici, che includevano mutui agevolati, escursioni a costi ridotti, programmi sportivi e ambienti di fabbrica più gradevoli. [14]


Nella sua dettagliata e critica biografia di Hitler, lo storico Joachim Fest riconosce: “Il regime insisteva che non doveva esserci il dominio di un’unica classe sociale sulle altre e – garantendo a ciascuno la possibilità di crescere – dimostrò nei fatti la sua neutralità di classe... Queste misure fecero realmente breccia nelle vecchie e pietrificate strutture sociali. Produssero il miglioramento delle condizioni materiali di gran parte della popolazione”. [15]


Bastano poche cifre a dare l’idea di quanto la qualità della vita fosse migliorata. Tra il 1932, ultimo anno dell’era pre-hitleriana, e il 1938, ultimo anno prima dello scoppio della guerra, il consumo di alimentari crebbe di un sesto, mentre il ricambio di abbigliamento e manufatti tessili aumentò di oltre un quarto, quello di arredamento e beni per la casa del 50 %. [16] Durante gli anni di pace del Terzo Reich, il consumo di vino crebbe del 50%, quello di champagne aumentò di cinque volte. [17] Tra il 1932 e il 1938, il volume degli introiti per le aziende turistiche risultò più che raddoppiato, mentre il numero di possessori di automobili triplicò nel corso degli anni ’30. [18] La produzione tedesca di veicoli a motore, che includeva automobili prodotte dalle aziende di proprietà statunitense Ford e General Motors (Opel), raddoppiò nei cinque anni tra il 1932 e il 1937, mentre l’esportazione di veicoli a motore tedeschi crebbe di otto volte. Il traffico aereo passeggeri in Germania aumentò di oltre il triplo tra il 1932 e il 1937. [19]


Le aziende tedesche rivivevano e prosperavano. Durante i primi quattro anni dell’era nazionalsocialista, il netto delle grandi aziende si era quadruplicato e le retribuzioni delle figure manageriali e imprenditoriali erano cresciute del 50 per cento. “E le cose sarebbero andate ancora meglio”, scrive lo storico ebraico Richard Grunberger nel suo studio dettagliato The Twelve-Years Reich. “Nei tre anni tra il 1939 e il 1942, l’industria tedesca ebbe uno sviluppo pari a quello avuto nei cinquant’anni precedenti”. [20]


Anche se le imprese tedesche prosperavano, i profitti venivano tenuti sotto controllo e contenuti per legge entro limiti moderati. [21] A partire dal 1934, i dividendi degli azionisti delle corporazioni tedesche vennero limitati al sei per cento annuale. I profitti non distribuiti venivano investiti in titoli del governo del Reich, che offrivano un interesse annuale del sei per cento, e poi, dopo il 1935, del quattro e mezzo per cento. Questa politica ebbe il prevedibile effetto di incoraggiare i reinvestimenti e l’autofinanziamento delle aziende, quindi di ridurre il ricorso ai prestiti bancari e, più in generale, di ridurre l’influenza del capitale commerciale. [22]


La tassazione fiscale per le grandi aziende venne rapidamente incrementata, dal 20 per cento del 1934, al 25 per cento del 1936, fino al 40 per cento del 1939-40. I direttori delle compagnie tedesche potevano offrire dei bonus ai propri manager, ma soltanto se tali bonus erano direttamente proporzionali ai profitti e se si dava contestualmente l’autorizzazione a corrispondere bonus o “contributi sociali volontari” anche agli impiegati. [23]


Tra il 1934 e il 1938, l’imponibile lordo degli imprenditori tedeschi crebbe del 148 per cento, e allo stesso tempo il totale delle imposizioni fiscali crebbe, durante questo periodo, del 232 per cento. Il numero di contribuenti nella fascia fiscale più alta – quelli che guadagnavano più di 100.000 marchi all’anno – crebbe, durante questo periodo, del 445 per cento. (All’opposto, il numero di contribuenti della fascia più bassa – quelli che guadagnavano meno di 1500 marchi all’anno – crebbe solo del 5 per cento). [24]


La tassazione, nella Germania nazionalsocialista, era strettamente “progressiva”, cioè chi aveva redditi più alti pagava proporzionalmente di più di chi si trovava nelle fasce più basse. Tra il 1934 e il 1938, la tassazione media sui redditi superiori a 100.000 marchi salì dal 37,4 al 38,2 per cento. Nel 1938, i tedeschi che si trovavano nella fascia di reddito più bassa erano il 49 per cento della popolazione e detenevano il 14 per cento del reddito nazionale, ma pagavano solo il 4,7 per cento delle tasse totali. Gli appartenenti alla categoria dei redditi più alti, che rappresentavano l’uno per cento della popolazione con il 21 % del reddito complessivo, pagavano il 45 per cento degli oneri fiscali complessivi. [25]


Gli ebrei costituivano circa l’un per cento del totale della popolazione tedesca, quando Hitler salì al potere. Se è vero che il nuovo governo provvide ben presto ad escluderli dalla vita culturale e politica della nazione, agli ebrei fu però consentito continuare a partecipare alla vita economica, per almeno sette anni. Di fatto, molti ebrei trassero beneficio dalle misure adottate dal regime a favore della ripresa e dalla generale crescita economica. Nel giugno 1933, ad esempio, Hitler approvò un massiccio investimento governativo di 14,5 milioni di marchi nell’azienda Hertie, una catena di negozi berlinese di proprietà ebraica. Questo “bail out” fu varato per impedire il fallimento dei fornitori e finanziatori della grande azienda e, soprattutto, dei suoi 14.000 dipendenti. [26]


Il Prof. Gordon Craig, che per anni ha insegnato storia alla Stanford University, sottolinea: “Nel campo dell’abbigliamento e del commercio al dettaglio, le aziende ebraiche continuarono ad operare con profitto fino al 1938; e a Berlino e ad Amburgo, in particolare, firme rinomate per gusto e reputazione continuarono ad attirare i propri clienti, nonostante fossero gestite da ebrei. Nel mondo della finanza, nessuna restrizione venne imposta alle attività delle aziende ebraiche alla Borsa di Berlino e fino al 1937 le firme bancarie di Mendelssohn, Bleichröder, Arnhold, Dreyfuss, Straus, Warburg, Aufhäuser, e Behrens rimasero in attività”. [27] Cinque anni dopo l’ascesa al potere di Hitler, il ruolo degli ebrei nella vita affaristica era ancora significativo e gli ebrei possedevano ancora un numero considerevole di proprietà immobiliari, soprattutto a Berlino. Tutto questo cambiò però drasticamente nel 1938, e alla fine del 1939 gli ebrei erano stati in larga parte esclusi dalla vita economica tedesca.


Il tasso di criminalità in Germania si ridusse durante gli anni di Hitler, con cali significativi nel numero di omicidi, rapine, ruberie, appropriazioni indebite e piccoli furti. [28] Il miglioramento della salute e dell’aspetto esteriore dei tedeschi impressionò molti stranieri. “La mortalità infantile è calata moltissimo ed è sensibilmente inferiore a quella della Gran Bretagna”, scriveva Sir Arnold Wilson, un funzionario britannico che visitò la Germania per sette volte dopo l’ascesa al potere di Hitler. “La tubercolosi e altre malattie sono notevolmente diminuite. Le corti di giustizia non hanno mai avuto così poco da fare e le prigioni non hanno mai avuto così pochi occupanti. E’ un piacere osservare la prestanza fisica della gioventù germanica. Perfino le persone più povere si vestono meglio di quanto facessero prima e i loro volti sorridenti testimoniano il miglioramento psicologico che ha agito dentro di loro”. [29]


L’incremento del benessere psico-emotivo dei tedeschi durante questo periodo fu notato anche dallo storico sociale Richard Grunberger. “Ci sono pochi dubbi”, scrisse, “che la presa di potere [dei nazionalsocialisti] abbia generato un miglioramento ad ampio raggio della salute emotiva; questo non è solo l’effetto della ripresa economica, ma anche di un accentuato senso d’identificazione dei tedeschi con una finalità nazionale”. [30]


Anche l’Austria sperimentò una crescita straordinaria dopo la sua ricongiunzione con il Reich Germanico del 1938. Subito dopo l’Anschluss (“unione”), i funzionari si mossero immediatamente per alleviare le difficoltà sociali e rivitalizzare l’economia moribonda. Gli investimenti, la produzione industriale, la costruzione di abitazioni, la spesa al consumo, il turismo e i livelli di vita crebbero rapidamente. Solo tra il giugno e il dicembre 1938, la paga settimanale dei lavoratori dell’industria austriaca crebbe del nove per cento. Il successo del regime nazionalsocialista nell’eliminare la disoccupazione fu così rapido che lo storico americano Evan Burr Burkey fu portato a definirlo “uno dei più significativi risultati economici della storia moderna”. Il numero dei disoccupati in Austria scese dal 21,7 % del 1937 al 3,2 % del 1939. Il Prodotto Nazionale Lordo austriaco salì del 12,8 per cento nel 1938 e di un incredibile 13,3 per cento nel 1939. [31]


Un’importante manifestazione della ritrovata fiducia nazionale fu il netto incremento del tasso di natalità. A un anno dall’ascesa al potere di Hitler, il tasso delle nascite in Germania fece un balzo del 22 per cento, raggiungendo il suo picco nel 1938. Rimase comunque alto perfino nel 1944, l’ultimo anno in cui la II Guerra Mondiale fu nel vivo. [32] Nella prospettiva dello storico John Lukacs, questo aumento esponenziale delle nascite fu l’espressione “dell’ottimismo e della fiducia” dei tedeschi durante gli anni di Hitler. “Per ogni due bambini nati in Germania nel 1932, quattro anni dopo ne nacquero tre”, egli scrive. “Nel 1938 e 1939, in Germania si registrò il più alto tasso di matrimoni di tutta Europa, surclassando perfino le cifre dei più prolifici popoli dell’Europa Orientale. Il fenomenale incremento del tasso di natalità tedesco durante gli anni ’30 fu perfino più impetuoso dell’aumento del numero di matrimoni”. [33] “La Germania Nazional-Socialista, caso unico tra i paesi di popolazione bianca, riuscì ad ottenere un incremento della fertilità”, nota il celebre storico americano, di origine scozzese, Gordon A. Craig, con un netto aumento del tasso di natalità dopo l’ascesa al potere di Hitler e un rapido incremento negli anni che seguirono. [34]


In un lungo discorso tenuto al Reichstag all’inizio del 1937, Hitler ricordò le promesse fatte quando il suo governo aveva assunto il potere. Spiegò anche i princìpi su cui erano fondate le sue politiche e ripercorse tutti i risultati raggiunti nel corso di quei quattro anni. [35] “...Coloro che parlano di ‘democrazie’ e ‘dittature’”, disse, “semplicemente non capiscono che in questo paese ha avuto luogo una rivoluzione, i risultati della quale possono essere considerati democratici nel senso più alto di questo termine, se la democrazia ha un concreto significato... La Rivoluzione Nazional-Socialista non ha puntato a trasformare una classe privilegiata in una classe che non avrà più diritti nel futuro. Il suo fine è stato quello di offrire eguali diritti a coloro che non avevano diritti... Il nostro obiettivo è stato quello di dare all’intero popolo germanico la possibilità di essere attivo, non solo in campo economico, ma anche in campo politico, e di garantire ciò coinvolgendo le masse in maniera organizzata... Durante gli ultimi quattro anni abbiamo fatto crescere la produzione tedesca in ogni settore a livelli straordinari. E questo incremento della produzione è andato a beneficio di tutti i tedeschi”.


In un altro discorso di due anni dopo, Hitler parlò brevemente delle conquiste economiche ottenute dal suo regime: [36] “Ho sconfitto il caos in Germania, ho ripristinato l’ordine, ho incrementato immensamente la produzione in tutti i settori della nostra economia nazionale, con sforzi strenui ho trovato il modo di rimpiazzare molti materiali di cui abbiamo carenza, ho incoraggiato le nuove invenzioni, sviluppato i commerci, ho fatto costruire strade poderose e fatto scavare canali, ho creato dal nulla fabbriche colossali e allo stesso tempo ho avuto cura di sviluppare l’educazione e la cultura del nostro popolo per il progresso della nostra comunità sociale. Sono riuscito ancora una volta a trovare lavori produttivi per quei sette milioni di disoccupati, che tanto ci stavano a cuore, facendo restare il cittadino germanico sul proprio suolo a dispetto di ogni difficoltà, e preservando questa stessa terra per lui, ripristinando la prosperità del commercio tedesco e promuovendo i traffici al massimo”.


Lo storico americano John Garraty mise a confronto la risposta americana e quella tedesca alla Grande Depressione in un discusso articolo pubblicato su American Historical Review. Scrisse: [37] “I due movimenti [cioè quello in USA e quello in Germania] reagirono comunque alla Grande Depressione in due modi diversi e distinti da quelli adottati in altre nazioni industrializzate. Fra i due, i nazisti ebbero il maggiore successo nel curare i mali economici degli anni ’30. Ridussero la disoccupazione e stimolarono la produzione industriale più velocemente degli americani e – considerate le risorse a loro disposizione – seppero gestire i loro problemi monetari e commerciali con maggiore efficacia, sicuramente con maggiore immaginazione. Questo fu dovuto in parte al fatto che i nazisti sfruttavano il finanziamento del deficit su più ampia scala e in parte al fatto che il loro sistema totalitario si prestava meglio alla mobilitazione sociale, ottenuta sia con la forza, sia con la persuasione. Nel 1936 la depressione, in Germania, era praticamente superata, mentre negli Stati Uniti era ancora lontana dalla conclusione”.


In effetti, il tasso di disoccupazione negli Stati uniti rimase alto fino a quando non intervenne lo stimolo della produzione bellica su larga scala. Ancora nel marzo 1940, il tasso di disoccupazione statunitense era quasi del 15 per cento. Fu la produzione bellica, non i programmi del “New Deal” di Roosevelt, a creare finalmente il pieno impiego. [38]


Il Prof. William Leuchtenburg, eminente storico americano, noto soprattutto per i suoi libri sulla vita di Franklin Roosevelt, riassunse i risultati ottenuti dal presidente in uno studio ampiamente acclamato: “Il New Deal lasciò irrisolti molti problemi e ne creò perfino di nuovi e intricati”, concludeva Leuchtenburg. “Non dimostrò mai di essere in grado di generare prosperità in tempo di pace. Ancora nel 1941, i disoccupati ammontavano a sei milioni di persone e fu solo con l’anno di guerra 1943 che questo esercito di senza impiego finalmente si dissolse”. [39]


Il contrasto tra i risultati economici conseguiti da USA e Germania negli anni ’30 risulta ancora più impressionante se si considera che gli Stati Uniti possedevano una ricchezza di gran lunga più vasta in termini di risorse naturali, incluse ampie riserve petrolifere, nonché una minor densità della popolazione e nessun vicino ostile e ben armato.


Un interessante paragone tra l’approccio americano e tedesco alla Grande Depressione comparve su un numero del 1940 del settimanale berlinese Das Reich. Col titolo “Hitler e Roosevelt: un successo tedesco, un tentativo americano”, l’articolo citava il “sistema democratico-parlamentare” come fattore chiave del fallimento dei tentativi dell’amministrazione Roosevelt di ripristinare la prosperità. “Noi [tedeschi] siamo partiti da un’idea e l’abbiamo tradotta in misure concrete senza badare alle conseguenze. L’America è partita da molte misure concrete che, non avendo coerenza intrinseca, coprivano ogni ferita con una benda particolare”. [40]


Le politiche hitleriane avrebbero potuto funzionare negli Stati Uniti? Tali politiche sono probabilmente più efficaci in paesi quali Svezia, Danimarca e Olanda, che possiedono una popolazione dotata di buona cultura, autodisciplina e coesione etnico-culturale, nonché un’etica “comunitaria” tradizionalmente forte, con un corrispondente alto livello di fiducia sociale. Le politiche economiche di Hitler sarebbero state meno adatte agli Stati Uniti e ad altre società con una popolazione differenziata sul piano etnico-culturale, una tradizione del “laissez-faire” marcatamente individualistica e di conseguenza uno spirito “comunitario” più debole. [41]


Lo stesso Hitler una volta fece un illuminante paragone tra i sistemi socio-economico-politici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Germania. In un discorso della fine del 1941, disse: [42]


“Ora abbiamo conosciuto due estremi [socio-politici]. Uno è quello degli stati capitalisti, che utilizzano le menzogne, la truffa e il raggiro per negare ai loro popoli i diritti vitali più basilari e che si preoccupano esclusivamente dei propri interessi finanziari, in nome dei quali sono pronti a sacrificare milioni di persone. Dall’altro lato abbiamo visto [in Unione Sovietica] l’estremo comunista: uno stato che ha portato miseria indicibile a milioni e milioni di individui e che, per seguire la sua dottrina, sacrifica la felicità altrui. Da questo, a mio avviso, nasce per noi tutti un solo dovere, e cioè quello di protenderci più che mai verso il nostro ideale nazionale e socialista... In questo stato [tedesco] il principio prevalente non è, come nella Russia Sovietica, il principio della cosiddetta eguaglianza, ma soltanto il principio della giustizia”.


David Lloyd George, che fu primo ministro britannico durante la Prima Guerra Mondiale, compì un lungo itinerario in Germania alla fine del 1936. In un articolo successivamente pubblicato in uno dei principali quotidiani londinesi, lo statista inglese raccontò ciò che aveva visto e sperimentato: [43]


“Qualsiasi cosa si possa pensare dei suoi [di Hitler] metodi”, scriveva Lloyd George, “i quali non sono certo quelli di una nazione parlamentare, non vi è dubbio che egli sia riuscito ad ottenere una meravigliosa trasformazione nello spirito della sua gente, nel loro atteggiamento reciproco e nelle loro prospettive sociali ed economiche.


“A Norimberga ha affermato correttamente che in quattro anni il suo movimento è riuscito a creare una nuova Germania. Non è più la Germania del primo decennio del dopoguerra, spezzata, affranta e china sotto un sentimento d’apprensione e impotenza. Ora essa è piena di speranza e fiducia, e di una rinnovata determinazione a condurre la propria vita senza interferenze da parte di qualunque autorità esterna alle sue frontiere.


“Per la prima volta dopo la guerra vi è un diffuso senso di sicurezza. Le persone sono più allegre. C’è un maggior senso di diffusa gaiezza d’animo in tutto il paese. E’ una Germania più felice. L’ho notato dappertutto e alcuni inglesi incontrati durante il mio viaggio, i quali conoscono bene la Germania, si sono detti molto impressionati da questo cambiamento”.


“Questo grande popolo”, ammoniva ancora l’anziano statista, “lavorerà più duramente, sacrificherà di più e, se necessario, combatterà con maggiore determinazione perché è Hitler a chiedergli di farlo. Coloro che non comprendono questo fatto basilare, non possono valutare le reali possibilità della moderna Germania”.


Benché il pregiudizio e l’ignoranza abbiano impedito una più diffusa conoscenza e comprensione delle politiche economiche di Hitler e del loro impatto, il suo successo nell’economia è stato sempre riconosciuto dagli storici, anche da quegli studiosi che sono in genere molto critici verso il leader tedesco e le politiche del suo regime.


John Lukacs, storico americano di origine ungherese, i cui libri hanno sempre suscitato molti commenti e approvazioni, ha scritto: “Le conquiste di Hitler, sul piano nazionale più che su quello estero, durante i sei anni [di pace] in cui fu a capo della Germania, furono straordinarie... Egli portò ai tedeschi prosperità e fiducia, quel tipo di prosperità che è il risultato della fiducia. Gli anni ’30, dopo il 1933, furono per molti tedeschi anni di gioia; qualcosa che rimase nei ricordi di un’intera generazione”. [44]


Sebastian Haffner, influente storico e giornalista tedesco che fu critico feroce del Terzo Reich e della sua ideologia, esaminò la vita e l’eredità di Hitler in un suo libro molto discusso. Sebbene il suo ritratto del leader tedesco in The Meaning of  Hitler sia molto negativo, l’autore scrive ugualmente: [45]


“Fra i risultati positivi ottenuti da Hitler quello che eclissò tutti gli altri fu il suo miracolo economico”. Mentre il resto del mondo annaspava ancora nella paralisi economica, Hitler aveva reso “la Germania un’isola di prosperità”. Nell’arco di tre anni, continua Haffner, “il bisogno disperato e la povertà di massa si erano generalmente trasformate in una modesta ma confortevole prosperità. Quasi altrettanto importante: l’impotenza e la disperazione avevano lasciato il posto alla fiducia e alla sicurezza di sé. Ancor più miracoloso fu il fatto che la transizione dalla depressione al boom economico fu ottenuta senza generare inflazione, a prezzi e salari totalmente stabili... E’ difficile farsi un quadro adeguato della riconoscente meraviglia con cui i tedeschi reagirono a quel miracolo, il quale, nello specifico, fece sì che ampie percentuali di lavoratori tedeschi passassero, dopo il 1933, dal sostegno ai Social Democratici e ai Comunisti a quello verso Hitler. Questa riconoscente meraviglia dominò completamente l’umore delle masse tedesche tra il 1936 e il 1938...”.


Joachim Fest, un altro eminente storico e giornalista tedesco, esaminò la vita di Hitler in una biografia minuziosa e acclamata. “Se Hitler fosse rimasto vittima di un assassinio o di un incidente alla fine del 1938”, egli scrisse, “pochi esiterebbero a ricordarlo come uno dei più grandi statisti tedeschi, come il coronamento della storia germanica”. [46] “Nessun osservatore obiettivo della scena tedesca potrebbe mai negare i considerevoli successi di Hitler”, scriveva lo storico americano John Toland. “Se Hitler fosse morto nel 1937 o nel quarto anniversario della sua ascesa al potere... sarebbe stato senza dubbio ricordato come una delle più grandi figure della storia germanica. Aveva milioni di ammiratori in tutta Europa”. [47]

 

 

Note

1. J. K. Galbraith, Money (Boston: 1975), pp. 225-226.

2. J. K. Galbraith, The Age of Uncertainty (1977), pp. 214.

3. J. K. Galbraith, in The New York Times Book Review, 22 aprile 1973. Citato in: J. Toland, Adolf Hitler (Doubleday & Co., 1976), p. 403 (note).

4. J. K. Galbraith, The Age of Uncertainty (1977), pp. 213-214.

5. Discorso di Hitler alla radio, “Aufruf an das deutsche Volk,” 1 febbraio 1933.

6. John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” su “The American Historical Review”, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), pp. 909-910.

7. Gordon A. Craig, Germany 1866-1945 (New York: Oxford, 1978), p. 620.

8. Richard Grunberger, The Twelve-Year Reich: A Social History of Nazi Germany, 1933-1945 (New York: Holt, Rinehart and Winston, 1971), p. 186. Pubblicato la prima volta in Inghilterra col titolo: A Social History of the Third Reich.

9. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 187; David Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980 [softcover]), p. 100.

10. David Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980), p. 101.

11. David Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980 [softcover]), pp. 100, 102, 104; Lo storico Gordon Craig scrive: “Oltre a questi risultati innegabili [cioè il miglioramento della qualità della vita], i lavoratori tedeschi ricevettero dallo stato sostanziosi benefici supplementari. Il partito condusse una campagna sistematica e di incredibile successo per il miglioramento delle condizioni di lavoro negli impianti industriali e commerciali, con periodiche iniziative studiate non solo per far sì che i regolamenti sulla salute e sulla sicurezza venissero implementati, ma anche per favorire la rottura della monotonia derivante dallo svolgere tutti i giorni gli stessi compiti lavorativi, con diversivi quali musica, attività nelle serre e premi speciali per i migliori risultati raggiunti”, G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), pp. 621-622.

12. Intervista a Louis Lochner, corrispondente della Associated Press a Berlino. Citato in: Michael Burleigh, The Third Reich: A New History (New York: 2000), p. 247.

13. G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), p. 623; John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” “The American Historical Review”, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), pp. 917, 918.

14. J. A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973, pp. 917, 918.

15. Joachim Fest, Hitler (New York: 1974), pp. 434-435.

16. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (New York: 1971 [hardcover ed.]), p. 203.

17. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 30, 208.

18. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 198, 235.

19. G. Frey (Hg.), Deutschland wie es wirklich war (Munich: 1994), pp. 38. 44.

20. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 179.

21. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 118, 144.

22. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 144, 145; Franz Neumann, Behemoth: The Structure and Practice of National Socialism 1933-1944 (New York: Harper & Row, 1966 [softcover] ), pp. 326-319; R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 177

23. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 177; D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980), p.125.

24. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 148, 149.

25. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 148, 149. (Come paragone, fa notare Schoenbaum, gli oneri fiscali per la fascia più alta nella Repubblica della Germania Federale del 1966 erano circa del 44 per cento.)

26. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), p. 134.

27. G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), p. 633.

28. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 26, 121; G. Frey (Hg.), Deutschland wie es wirklich war (Munich: 1994), pp. 50-51.

29. Citato in: J. Toland, Adolf Hitler (Doubleday & Co., 1976), p. 405. Fonte: Cesare Santoro, Hitler Germany (Berlin: 1938).

30. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 223.

31. Evan Burr Bukey, Hitler’s Austria (Chapel Hill: 2000), pp. 72, 73, 74, 75, 81, 82, 124. (Bukey è professore di storia presso l’Università dell’Arkansas.)

32. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 29, 234-235.

33. John Lukacs, The Hitler of History (New York: Alfred A. Knopf, 1997), pp. 97-98.

34. G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), pp. 629-630.

35. Hitler, Discorso al Reichstag del 30 gennaio 1937.

36. Hitler, discorso al Reichstag del 28 aprile 1939.

37. John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), p. 944. (Garraty ha insegnato storia presso la Michigan State University e la Columbia University, e ha ricoperto la carica di presidente della Società degli Storici Americani.)

38. John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), p. 917, incl. n. 23. Garraty scriveva: “Di certo il pieno impiego non fu mai raggiunto in America finché l’economia non passò alla piena produzione bellica… La disoccupazione in America non scese mai molto al di sotto della cifra di otto milioni durante gli anni del New Deal. Nel 1939 circa 9.4 milioni di persone erano senza lavoro e al momento del censimento del 1940 (a marzo) i disoccupati erano ancora 7.8 milioni, quasi il quindici per cento della forza lavoro”.

39. William E. Leuchtenburg, Franklin Roosevelt and the New Deal (New York: Harper & Row, 1963 [softcover]), pp. 346-347.

40. Da Das Reich, 26 maggio 1940. Citato in John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973, p. 934. Fonte citata: Hans-Juergen Schröder, Deutschland und die Vereinigten Staaten (1970), pp. 118-119.

41. Durante una visita a Berlino negli anni ’30, l’ex presidente americano Herbert Hoover s’incontrò col Ministro delle Finanze di Hitler, il Conte Lutz Schwerin von Krosigk, che gli espose nei particolari le politiche economiche del suo governo. Pur riconoscendo che tali misure erano benefiche per la Germania, Hoover espresse l’idea che esse non sarebbero state adatte agli Stati Uniti. Livelli salariali definiti dal governo e politiche dei prezzi, egli riteneva, sarebbero stati contrari all’idea americana di libertà individuale. Vedi: Lutz Graf Schwerin von Krosigk, Es geschah in Deutschland (Tübingen/ Stuttgart: 1952), p. 167; L’influente economista britannico John Maynard Keynes scrisse nel 1936 che le sue politiche “Keynesiane”, che in certa misura furono adottate dal governo di Hitler, “si adattavano molto più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario” piuttosto che ad un paese in cui prevalessero “condizioni di libera competizione e un ampio livello di laissez-faire”. Citato in: James J. Martin, Revisionist Viewpoints (1977), pp. 187-205 (Vedi anche: R. Skidelsky, John Maynard Keynes: The Economist as Savior 1920-1937 [New York: 1994], p. 581.); Ricerche degli anni recenti evidenziano che una maggiore differenziazione etnica riduce il livello della fiducia sociale e l’attuabilità delle politiche di welfare. Vedi: Robert D. Putnam, “E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century,” Scandinavian Political Studies, giugno 2007. Vedi pure: Frank Salter, Welfare, Ethnicity, and Altruism (Routledge, 2005)

42. Hitler, discorso a Berlino, 3 ottobre 1941.

43. Daily Express (Londra), 17 Nov. (o Sett.?) 1936.

44. John Lukacs, The Hitler of History (New York: Alfred A. Knopf, 1997), pp. 95-96

45. S. Haffner, The Meaning of Hitler (New York: Macmillan, 1979), pp. 27-29. Pubblicato per la prima volta nel 1978 col titolo Anmerkungen zu Hitler. Vedi anche: M. Weber, “Sebastian Haffner's 1942 Call for Mass Murder,” The Journal of Historical Review, Autunno 1983 (Vol. 4, No. 3), pp. 380-382.

46. J. Fest, Hitler: A Biography (Harcourt, 1974), p. 9. Citato in: S. Haffner, The Meaning of Hitler (1979), p. 40.

47. J. Toland, Adolf Hitler (Doubleday & Co., 1976), pp. 407. 409.

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Ribadisco: grande Gianluca!
Ora, vedi di fare attenzione... ti stai avvicinando troppo al nodo vero e al 27 gennaio.
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non capisco cosa intendi ??? cosa c'entra il 27 gennaio ???
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Giorno della Memoria:


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... e Marco Pasqua di "Repubblica" è sempre in agguato. Sempre in agguato! Non dorme mai!

http://www.fascinazione.info/2012/01/violenza-razzista-da-torino-fermo-le.html

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avatar Maksimiljan Kodžak
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Peccato che il Regime (atlantista-comunista) post-bellico abbia recuperato praticamente solo il programma eugenetico, molto piu' perfezionato nel Terzo Reich. Per non parlare della tecnologia avanzata, usata solo in ambito militare e di controllo (sia fisico che psichico). Infatti il nazismo aveva perfezionato una tecnologia all'avanguardia che assimilava conoscenze esoteriche e ricerche scientifiche "ufficiali".

Sicuramente il vero "errore" della Germania hitleriana e' stato il programma economico, che elimina il controllo della finanza sionista. Per il resto erano cabaliste tutte e due le fazioni.

Infatti vediamo alcune citazioni che elaborano meglio il quadro dei motivi della guerra:

“Il delitto imperdonabile della Germania prima della seconda guerra mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto.”
-Winston Churchill, dal suo libro The Second World War, Berna 1960

«Non fu la politica di Hitler a lanciarci in questa guerra. La ragione fu il suo successo nel costruire una nuova economia crescente. Le radici della guerra furono l’invidia, l’avidità e la paura».
-Generale J.P.C. Fuller, storico della seconda guerra mondiale

«Abbiamo fatto di Hitler un mostro, un demonio. Sicchè non abbiamo potuto sconfessare questo dopo la guerra. Dopotutto, avevamo mobilitato le masse contro il diavolo in persona. Così siamo stati obbligati a recitare la nostra parte in questo scenario diabolico dopo la guerra. In nessun modo potevamo dire al nostro popolo che la guerra era solo una misura economica preventiva».
- James Baker, ministro degli esteri, 1992.

... e' difficile accettare che siamo stati sempre dalla parte sbagliata.
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Meraviglioso.
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bisogna pero' renderci conto che se le ricette ECONOMICHE del nazismo hanno funzionato ( e funzionerebbero anche per noi ) ..
quelle GEOSTRATEGICHE sono state un disastro... per la Germania e per tutti noi :-(
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avatar Andrea
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Finito il mandato, si potrà chiedere al nostro Presdelarep, perché sulla rivista studentesca padovana "il Bò" scrisse, nel 1941, sull'Operazione Barbarossa in termini elogiativi: “missione civilizzatrice dei popoli slavi”...

Caro ws, ti consiglio un libro ancora in commercio, ma che potrai trovare anche in molte biblioteche: Stalin, Hitler : la rivoluzione bolscevica mondiale / Victor Suvorov. - Milano : Spirali, 2000. - 505 p. : ill. ; 22 cm. ((Traduzione di Elena Gori Corti.

“L’autore dimostra come Stalin abbia auspicato e preparato la guerra (addirittura fin dagli anni venti), ritenendola, sulla scia di Lenin, adatta per innescare la rivoluzione proletaria. Rispetto a questa, appunto, Hitler avrebbe fatto da nave rompighiaccio (questo il soprannome attribuito a Hitler dai sovietici). Il progetto di Stalin era d’invadere e di occupare l’Europa. Suvorov spiega, inoltre, come Stalin sia riuscito ad apparire non l’effettivo iniziatore della guerra, ma addirittura una parte lesa, sedendosi, nelle trattative, dalla parte dei vincitori”. (Dalla terza di copertina)

http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/scheda.jsp?bid=IT\ICCU\LO137832

http://www.ibs.it/code/9788877705587/suvorov-viktor/stalin-hitler-rivoluzione.html

Consiglio anche un altro libro ufficialissimo sulla politica sociale del nazionalsocialismo, che a dispetto del titolo, è inevitabilmente elogiativo: Lo stato sociale di Hitler : rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo / Götz Aly. - Torino : G. Einaudi, [2007]. - IX, 406 p. ; 23 cm. ((Trad. di Umberto Gandini.

Un altro, ancora ufficialissimo e, naturalmente, di sinistra: La politica agraria del nazionalsocialismo, 1930-1939 / Gustavo Corni. - Milano : F. Angeli, ©1989. - 351 p. ; 22 cm.

Apprezzo molto, caro ws,i tuoi interventi nel sito di La Grassa.

Auguri di buon anno.
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Conosco tutte queste cose,ma purtroopo " la storia" non e' un tribunale e anzi quando lo diventa e' solo come un sporco strumeno di potered ei vincitori .

In altre parole nella toria non esitono vittorie " morali" , esistono solo le VITTORIE ( ele sconfitte ) e chi perde ha sempre torto.
Quindi si deve anche rianalizzare non solo le soluzioni " vincenti" del nazismo, ma anche quelle " perdenti", e anzi con un occhio particolarmente attento e critico proprio a questultime , visto che poi sono state queste che hanno determinato una sconfitta totale.

PS: grazie delle belle parole
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avatar Maksimiljan Kodžak
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La storia e' complessa...

Diciamo che il nazional-socialismo aveva una Missione: combattere una "guerra santa" contro il comunismo sovietico, considerato il sistema ulitmo per il dominio mondiale (attraverso il consolidamento del regime comunista nell'intera Europa) della cricca cabalistico-ebraica di stampo talmudista.

E c'avevano ragione, perche' oggi l'UE (creazione dei banchieri internazionali "circoncisi") e' una riedizione moderna dell'Unione Sovietica, con un'elite oligarchica dominante ed "invisibile" (diciamo che il governatore della BCE e' come un segretario di partito dell'URSS), una burocrazia centralizzata, media omologati, patto militare esteso (NATO), pensiero dominante laico e ateista, attraverso l'indotrinamento culturale di stampo massonico...

Per Hitler non si strattava solo di conquistare terre, ma di abbattere l'intero progetto costituito da una cricca di spietati e psicopatici plutocrati. Ecco perche' voleva stringere accordi con fazioni e particolari circoli occulti di altri Peasi, come l'Inghilterra, dove esisteva un rapporto speciale tra diverse societa' segrete d'elite tedesche (Thule, Ordine Teutonico... dalle quali nasce il pensiero nazional-socialista) e inglesi (esempio e' la famigerata Golden Dawn... ma non solo), con appartenenti anche alcuni elementi della famiglia reale britannica.

In Inghilterra Hitler era parecchio apprezzato, tanto da far fare una missione "assurda" di Hess per stringere accordi con certa cerchia di possibili alleati d'oltre manica per allearsi contro il comunismo sovietico.

E' curioso notare come Churchill, fervente anti-comunista, non abbia preso minimamente in considerazione l'ipotesi di alleanza con Hitler. Forse si puo' capire chi muoveva le file veramente in Inghilterra. Ma non e' certo una sopresa. La City e' come un Vaticano ebraico.

Poi c'e' tutta la questione della "razza ariana" e dei "maestri sconosciuti". E qui la storia va veramente oltre ogni immaginazione.
Diciamo che gli ariani sono la razza piu' nobile, piu' pura, della specie umana, finche' non e' stata "mescolata" e corrotta da agenti esterni (come i giudei ed il loro pensiero corrotto). L'umanita' non si puo' liberare e progredire finche' la civilta' ariana non riprende il suo trono sul mondo, sia genetico che spirituale.
...e qui mi fermo... ;)

PS: Consiglio il libro di Giorgio Galli, Il Nazismo Magico, per approfondire i vari strati che compongono il nazional-socialismo...
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avatar Gianluca Freda
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Sulla leggendaria "purezza della razza ariana" non mi trovi ovviamente d'accordo; e tantomeno sul paragone URSS-UE. L'URSS ebbe origine da un movimento d'immenso impatto storico e politico mirante a creare, dal nulla, una grande potenza mondiale, armata, sovrana e indipendente.

L'UE nasce per dissolvere definitivamente la più importante comunità di popoli della storia umana, privandola di autonomia economica, di politiche commerciali, di volontà di espansione, per asservirla definitivamente ad una potenza straniera. Anche senza scendere nei particolari, URSS e UE appaiono come due realtà tra le più antitetiche che sia possibile immaginare.

(GF)
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avatar Maksimiljan Kodžak
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Le considerazioni razziali non volevano essere una mia opinione, ma solo un piccolo tentativo di voler esporre un quadro del pensiero non-pubblico del nazional-socialismo. Diciamo che il nazismo piu' che un movimento politico era un ordine religioso... come il sionismo nel suo vertice.
Quindi, in un certo senso, sono d'accordo con te sul NON concordare con tale pensiero, ma va comunque esposto.

Cit:
"L'UE nasce per dissolvere definitivamente la più importante comunità di popoli della storia umana, privandola di autonomia economica, di politiche commerciali, di volontà di espansione, per asservirla definitivamente ad una potenza straniera. Anche senza scendere nei particolari, URSS e UE appaiono come due realtà tra le più antitetiche che sia possibile immaginare."

Ma guarda in questo caso non trovo troppe differenze con l'URSS. Solo quella potenza straniera ha bisogno di una definizione. Per me codesta potenza non e' da ricercarsi negli stati, ma nei circoli (piu' o meno occulti) che compongono una rete di affiliazioni affaristiche (seguire il denaro), che disegnano il destino di intere nazioni e pongono sotto controllo intere aree continentali.

Fatto sta che la banca centrale sovietica (GOSBANK) aveva almeno un socio, almeno dal 1937, non propriamente bolscevico... almeno nominalmente... che era Armand Hammer - banchiere americano di origini ebraiche. Poi possiamo citare anche la famiglia di banchieri Baruch (sempre ebrei) che finanziarono la rivoluzione russa e facevano affari d'oro nell'era post-rivoluzionaria.
Per farla breve: la Russia zarista era un ostacolo per i progetti di certa cricca plutocratico-cabalista. Se non altro per l'immense riserve d'oro della dinastia Romanov...
E non dimetichiamoci che gli oligarchi russi post-sovietici (dalla quale deriva la stessa mafia russa) erano soggetti che frequentavano ambienti del KGB. KGB, che non era un'agenzia sotto completo controllo statale (sovietico), ma aveva una sua dimensione che andava oltre... come la CIA.
... ma non voglio rompere troppo col mio ultra cospirazionismo pazzoide... ;)

Che l'UE sembri un regime antitetico all'URSS e' sintomo di una logica dei contrapposti: due parti avverse (l'Occidente liberale -con l'UE come emanazioni di tale pensiero- e il bolscevismo sovietico), non possono essere concepite in maniera uguale. Ma non e' altro che una tecnica totalitaria. Ogni regime totalitario deve costruire un avversario sul piano ideologico e filosofico, cosi' da poter attuare gli stessi metodi del nemico dichiarato.
Non e' un caso che prese di posizioni forti contro l'UE partano dall'Europa dell'est. Loro sanno bene che razza di regime sia l'UE.
L'UE e' un'Unione Sovietica 2.0, per una dimensione europea e occidentale. http://www.youtube.com/watch?v=bM2Ql3wOGcU

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avatar Gianluca Freda
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I finanziamenti delle banche tedesche e americane (Warburg, Kuhn & Loeb) alla rivoluzione russa sono ben noti. Ma non c'è nulla di strano né di scandaloso in questo, visto che qualunque rivoluzione va finanziata (le rapine di Stalin, utilizzate all'inizio come fonte di finanziamento, rivelarono ben presto i loro immaginabili limiti). Ciò che conta però è che Stalin seppe giocare bene le sue carte, utilizzando i fondi ricevuti per un progetto a carattere nazionale e facendo mettere al muro, senza mezzi termini, tanto i creditori quanto i mediatori dopo che furono serviti al loro scopo (lo stesso Trotzkji, principale mediatore tra i bolscevichi e le banche newyorkesi, fece la fine che sappiamo).

Tra UE e URSS, oltre al ben visibile abisso che separa gli intenti delle rispettive classi dirigenti (asservite ai creditori le une, strumentalizzatrici dei creditori le altre) vi è anche un abisso di capacità comunicativa, di capacità di coinvolgimento delle masse, di intelligenza politica e strategica, degli stessi intenti visibili (gli eurocrati non sembrano avere altro obiettivo che quello di conservare le poltrone) che va ovviamente tutto a vantaggio dell'URSS. Si tratta anche di capire che le fasi storiche in cui si sono dipanati gli eventi della nascita dell'URSS e quelli dell'edificazione dell'UE sono enormemente diversi: i bolscevichi sfruttarono la disgregazione della potenza allora dominante (Inghilterra) per far emergere una nuova potenza territoriale di rilievo globale; l'UE, invece, nasce e si sviluppa nell'orbita e sotto l'attenta guida della potenza dominante dopo il 1945 (USA) al solo scopo di essere funzionale a quest'ultima. Non mi sembra, francamente, che si possano tracciare similitudini tra i due percorsi, se non, appunto, per rilevarne la perfetta antitesi.

(GF)
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avatar Maksimiljan Kodžak
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Comprendo il tuo pensiero, Gianluca. Ma una cosa e' Stalin, un'altra tutto l'apparato Sovietico. Non a caso nell'era post-staliniana Hruschev subito prese le distanze e' condanno' Stalin per tutti i suoi crimini, veri o presunti. L'Unione Sovietica non si doveva piu' reggere su autorita' non gestite completamente dal partito. Infatti tutti i presidenti Sovietici arrivati dopo non erano certo delle personalita' eccelse (li paragono con i presidenti USA), ma utili all'elite partitica e tecnocrate, cioe' l'oligarchia... essa stessa affiliata alla rete affaristica internazionale.

Personalmente ritengo il sistema sovietico il piu' crudele esperimento sociale (che si integra in un livello politico, economico, filosofico e morale) mai fatto nella storia. Uomini condannati a schiavi della macchina Stato (Moloch), per una presunta rivalsa contro il potere capitalista (che si era solo travestito per bene), dove antrambi (bolscevichi e capitalisti) volevano solo sorreggere l'apparato dello sfruttamento industriale totale. L'UE e' predisposta allo stesso scopo, solo che ovviamente assume una forma diversa.

In tale contesto condivido l'idea di Hitler di abbattere tale mostro, dove l'UE (come le altre strutture sovranaZIONali, come ONU, FMI, Banca Mondiale...) e' l'espressione ultima di Sion fattosi sistema.

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avatar Gianluca Freda
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"In tale contesto condivido l'idea di Hitler di abbattere tale mostro"

Qui, ahimé, siamo proprio agli antipodi. Quello che definisci "mostro", dal mio punto di vista, è stato comunque l'unico valido tentativo di generare un'alternativa credibile ad un sistema del capitalismo di stampo anglosassone che era sembrato per secoli l'unico modello politico/economico concepibile. Vero è che il "comunismo", teorizzato dai bolscevichi all'inizio, si è perduto quasi subito per strada (come del resto accade con tutte le grandi e nobili teorizzazioni politiche poste a fondamento di una qualsiasi entità statuale), ma da quell'esperimento sono nate e si sono sviluppate alcune delle più importanti realtà nazionali del XX secolo, che ancora oggi dominano la scena del mondo. Non ho mai capito che cos'abbia di più "mostruoso" la nascita dell'URSS rispetto a quella di qualunque altra superpotenza del passato recente o remoto. E' stata solo una nascita più rapida e grandiosa delle altre, talmente di successo che ha cambiato per sempre la storia del mondo. E non lo dico per la mia antica militanza comunista, sopraffatta da tempo dalla morte e decomposizione di ogni residuo di decenza nei "comunisti" sopravvissuti, ma aggiungerei che l'ha anche cambiata in meglio. Gli uomini che hanno vissuto in quel sistema, perfino i recalcitranti cittadini dei paesi satellite come l'Ungheria, iniziano a capire ora, dopo aver sperimentato le gioie della "libertà americana", quanto fosse di gran lunga più vivibile il sistema che hanno perduto.



A ciò si aggiunga che, anche da un punto di vista puramente strategico, l'idea di Hitler di abbattere il "mostro" fu la cosa più sciocca che gli potesse venire in testa. Per lui e per il suo paese significò la disfatta nella guerra e per il nostro continente significò la perdita di una centralità nel mondo durata per millenni. Una decisione infelice e imprudente, sotto qualunque punto di vista.

(GF)
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Si, siamo agli antipodi, ma sono sicuro che saremmo dalla stessa parte in un campo di battaglia... anzi, me lo auguro pure...;)

Sono convinto che Hitler ne sapeva piu' di tutti noi per quanto riguarda il REALE volto del nemico. Certo ha perso, trascinando con se mezzo mondo, ma questo ti deve far capire quale sia il vero mostro... i vincitori, appunto: l'atlantismo-comunista.

Le rivalita' ideologiche, fra questi due attori della Guerra Fredda, sono soltanto panzane, per accentrare il potere verso dei gruppi di potere trans-nazionale, che muovevano le fila di entrambi gli schieramenti, mandandoli in guerre coloniali, con la scusa di fermare il "pericolo" rosso o capitalista.
In realta' tutti e due formavano un schieramento di interessi corporativi di capitali internaZIONali, con l'intento di formare una struttura globale che integri tutti i processi di produzione e distribuzione di risorse (sia natuarli che umane) in un monopolio.

L'URSS era un sistema grezzo (per l'aretratezza industriale) e gli USA -prossima alla fine come l'Unione Sovietica- ancora troppo caotici. Quindi bisognava trovare una forma di burocrazia tecnocratica, ma immedesimata in una dimensione di progresso industriale e sociale avanzato. Ed ecco l'UE... in progettazione praticamente subito dopo la guerra.

C'e' da dire poi che anche gli USA sono una sorta di esperimento. Gli USA sono l'esempio della giudeizzazione della societa': materialista, perversa ed emotiva. Sono il loro (di Sion) braccio armato, perche' gli hanno inculcato una certa missione messianica di stampo bibblico come una prerogativa politica.

Stanno costruendo un "nuovo mondo" (senza piu' sovranita' di alcun popolo, ma con un'autorita' suprema globale), ma prima devono abbattere quello "vecchio" (troppi stati-nazione... ho detto che ci sono troppi, non che lo stato come entita' giuridica non deve esistere, anzi e' molto utile... per loro).

Poi personalmente ho un'abberrazione particolare per la filosofia comunista in se. E' una dotrina cristiana distorta sul piano materialista. Infatti ritengo il comunismo una religione che riflette il cristianesimo attraverso il pensiero ateo. Una delle cose piu' perfide mai concepite dal pensiero giudeo.
Il comunismo insegna l'uguaglianza in una contesto propriamente materialista. Praticamente siamo uguali soltanto perche' dobbiamo lavorare. L'umano aquista valore solo come macchina che produce e si "sacrifica" per la collettivita', che e' concepita solo come una grande macchina (il Moloch*). Non mi stupisce che Marx fosse molto probabilmente satanista. Una certa cricca elitaria vuole trasformare l'uomo proprio in una macchina/robot, progettato e programmato come schiavo, ma tutto concepito come uguaglianza per tutti... nella schiavitu'.

Dobbiamo riprenderci la sovranita'... prima di tutto concepita nello spirito. Hitler** in questo senso c'ha azzeccato. Come esoterista sapeva bene come far "evadere" lo spirito di un'intera nazione.

*se non l'hai ancora visto ti consiglio il film "profetico" Metropolis (1927), di Fritz Lang. Il film e' una vera intenzione d'intenti di una cerchia elitaria di individui... se possiamo chiamarli tali.

**ho letto di Hitler che fosse sotto controllo mentale di qualche "entita'" non ben identificata. Guardando certi sintomi di sperimentazioni mentali (MK-Ultra, Monarch...) si puo' osservare come uno dei sintomi sia una sorta di multipersonalita'. Ci sono testimonianze che dichiaraono di un Hitler mite e gentile durante gli incontri privati, nonche' rude, apocalittico e "assente" nelle riunioni e raduni di partito. Anche la voce nei comizi pubblici e' molto differente dalla sua voce ordinaria. Il sue mentore Eckert era un esotersita-occultista che ha "iniziato" Hitler a pratiche particolari.

PS: non ho mai fatto una discussione cosi' interessante come da te... grazie per l'accoglienza...(:
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avatar Andrea
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“Quel che abbiamo distrutto e condannato era, non soltanto per i tedeschi ma per milioni di uomini in occidente, l’unica soluzione possibile del dramma del mondo moderno, la sola maniera di sfuggire alla schiavitù capitalistica senza sottostare alla schiavitù sovietica. Quel che abbiamo distrutto era, nel pensiero di quegli uomini, non la tirannia reazionaria e militare da noi denunciata, ma l’immenso sforzo di liberazione dei lavoratori. La loro bandiera rossa portante il simbolo della patria era l’emblema della rivoluzione d’occidente. Noi diciamo che erano schiavi, ed avevano invece lo sguardo di chi lavora nella gioia. Lo sguardo dei lavoratori è una testimonianza. Dal Baltico al Brennero, i lavoratori tedeschi erano felici. E non i soli lavoratori tedeschi erano felici, ma in tutto l’occidente, la nuova rivoluzione era un segnale e una speranza immensa. Non era stata realizzata da per tutto, ma in tutti i paesi rappresentava una possibilità per l’avvenire, l’unica possibilità per l’occidente, l’annuncio ai lavoratori di una vita lieta e forte. Si sbagliavano, abbiamo detto, venivano ingannati. Che ne sappiamo? [...] Non abbiamo il diritto di dimenticare, e sarebbe pazzesco dimenticarlo, che il sogno di un socialismo nazionale è stato il sogno di milioni di uomini in Europa. Le verità sono come le patrie: non si schiacciano con un colpo di stivale. Che noi lo vogliamo o no, l’idea che fu la grande speranza di ieri, questa fraternità nella battaglia, è oggi la base naturale di una comunità occidentale”.

(Maurice Bardèche)
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avatar germano
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La comunita'giudaica mondiale dichiaro'guerra alla Germania gia' nel marzo del 33.passando nei fattti a boicottare i prodotti di esportazione tedeschi .V ittime anche in questo caso?
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avatar Gianluca Freda
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avatar Vertigo
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Una giornalista tedesca, dopo una premessa per distanziarsi ideologicamente dal nazismo, si era permessa di ricordare i successi economici del babau, è stata LICENZIATA.
Ora il presupposto di qualsiasi politica economica decente al di là della distinzione manichea tra destra e sinistra è la SOVRANITA' NAZIONALE, per il nostro disgraziato paese la vedo dura.
VA FUORI D'ITALIA VA FUORI STRANIER!
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avatar Giovanni
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Ed io aggiungerei anche questo

http://www.youtube.com/watch?v=bvUO1FXhNWc
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avatar Peppe
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Brutto nazista, la vuoi smettere di raccontare..............la verita??!!

Peppe
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avatar mozart2006
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Infatti il giovane John Fitzgerald Kennedy visitò la Germania nazista e in una lettera al padre si espresse in termini elogiativi nei confronti di Hitler, che definì "attento ai bisogni del suo popolo e giustamente preoccupato degli ebrei".
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avatar Gianluca Freda
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Kennedy visitò la Germania anche a guerra appena conclusa. Nel suo diario, in data 1 agosto 1945, scrisse:


"Dopo aver visitato questi luoghi, si può facilmente capire che entro pochi anni Hitler emergerà dall'odio che oggi lo circonda come uno dei personaggi più importanti che siano mai vissuti. Aveva per il suo paese ambizioni illimitate, il che lo ha reso una minaccia per il mondo, ma aveva in sé un mistero, relativo al modo in cui è vissuto e alle circostanze della sua morte, che continuerà a vivere e a crescere anche dopo di lui. Aveva in sé la materia di cui sono fatte le leggende".

(GF)
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avatar LacoonteCassandra
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IL BABAU: VITA E OPERE

Alla fine degli anni ’30, la Germania era un paese a piena occupazione e con prezzi stabili…una rapida ripresa della piena occupazione sarebbe stata possibile solo se combinata con il controllo sui salari e sui prezzi.

Per fecere rivivere l’economia tedesca bastavano queste parole di Galbraith e poi "... quando non potremo più respirare l'aria, bere l'acqua e mangiare del cibo non inquinato, non ci preoccuperemo forse più di quanto aumenterà quest'anno il prodotto interno lordo..." ringraziare Galbraith per aver capito quei “zoticoni” indiani Cree che ciò hanno ricordato ai produttori di soldi.

Il numero di disoccupati scese dai sei milioni dell’inizio del 1933, quando Hitler era salito al potere, al milione del 1936. [7] Il tasso di disoccupazione si ridusse in modo così rapido che nel biennio 1937-38 si registrò una carenza nazionale di forza lavoro.

Nei tre anni tra il 1939 e il 1942, l’industria tedesca ebbe uno sviluppo pari a quello avuto nei cinquant’anni precedenti

Riconoscendo il socialismo del programma, oltre al nazionalismo, è ovvio che, dati questi primati economici, La qualità della vita, la tassazione progressiva, il consenso… e al contrario la diminuzione de il tasso di criminalità siano indicatori conseguenti alla piena occupazione e al controllo dei salari e dei prezzi.

[/i]Nel 1933 Hitler disse che avrebbe intrapreso il grande compito di riorganizzare l’economia della nostra nazione per mezzo di due grandi piani quadriennali.
Dal 1929 in Unione Sovietica c’erano i piani quinquennali.
Nel “[i] irresistibile ascesa dei paesi dell’Est
dal minuto 22,19 kishore Mahbubani, oltre a dire della fine del dominio economico dell’occidente e del ritorno al dominio indoasiatico, dice che i governi Europei dovrebbero andare in Asia ad imparare da Cina, India e, persino, Indonesia perché qualsiasi cosa sta facendo l’Asia quella è la strada giusta per la crescita economica … e i politici occidentali dovrebbero chiedersi se non è un caso fare un piano quinquennale come fanno i paesi asiatici http://www.youtube.com/watch?v=AoMw3SQj3rY

Non so se la programmazione sia una condizione di successo della ricetta economica.
Ma mi sento di dire che i proconsoli che governano nei paesi dell’eurozona (senza la necessaria sovranità nazionale e senza dover chiedere il consenso e l’approvazione dei popoli) campano alla giornata e chi ha fatto piani quinquennali (o decennali) è BCE, FMI e ogni banksters di sorta.

Hitler è salito al potere nel 1933 ed il suo primo piano quadriennale si concluso nel 1937. In questo periodo il volano economico, come scrive Weber, fu all’inizio principalmente per opere civili: ferrovie, canali e le Autobahnen poi, come visto sopra, tra il 37 e 38 si registrò carenza di manodopera e in tre anni tra il 39 e 42 l’industria tedesca crebbe come era cresciuta negli ultimi 50 anni.
Ci informa che in america fu la produzione bellica, non i programmi del “New Deal” di Roosevelt, a creare finalmente il pieno impiego.
Della Russia Comunista, e degli effetti dei piani quinquennali, però non ci dice niente…e in genere si dice che “ quei piani quinquennali servirono all’arretrata Unione Sovietica a reggere l’urto delle armate tedesche”.

La guerra ha effetti positivi sulla produzione e sulla economia in America e non in Germania ?
Io la vedo così: l’America aveva già un arsenale militare, pertanto gli effetti “positivi” della guerra si mostreranno nel corso della guerra. La Germania non aveva nulla, anzi a Versailles le era stato fatto divieto di armarsi.
Il nostro Statista prima crea consenso (e al primo quadriennio, e solo a quello, va riconosciuto per il fecere rivivere l’economia tedesca) poi inizia l’ economia di guerra: la piena occupazione del 37-38 dopo le opere civili fu per creare l’arsenale e tra il 39 e 42 fu per rigenerare l’arsenale usato in vera guerra.
Quindi, tolti i primi quattro anni non c’è grande differenza tra USA (il new Deal) e Germania.
La Russia Sovietica invece, secondo costoro, crebbe solo in funzione di argine all’attacco tedesco. Se non ci fosse stato quest’attacco probabilmente avrebbero detto che la Russia Sovietica non era cresciuta… così come senza la guerra Hitler sarebbe stato il più grande statista del mondo (sic!).

La guerra (la seconda guerra mondiale) è stata vista come lo sbocco alla grande crisi.
Ma questo è vero per i paesi in crisi ( Inghilterra, Stati Uniti, Francia..) e non dovrebbe esserlo per i paesi che, come la Germania del primo quadriennio, non sono in crisi, anzi uscivano dalla crisi nel migliore dei modi possibili.
Scambiando una “dichiarazione di guerra “, a nome dei 14 milioni di ebrei ma fatta dal branco di potere finanziario ebreo (sionista e no), la guerra fu iniziata dagli ebrei sionisti nel 1933…
Mi riesce incredibile tale affermazione…e ritengo che tale affermazione delegittima la segnalazione delle manipolazioni dell’opinione pubblica operata dal sionismo... su vari aspetti (tra cui quella chiamata “olotruffa”).
Nel 1933 Weber medesimo, o nei commenti, informa che la Germania era nel fango e che Hitler aveva vinto le elezioni e che non era il “tiranno”.
Sempre dall’articolo è chiaro che la guerra dichiarata dagli ebrei non ebbe successo dato che tale guerra era economica e l’economia tedesca progredì.

Se la guerra è lo sbocco alla crisi economica, perché la Germania, che era il paradiso dell’Europa, la iniziò sei anni dopo e con i cannoni ?
Riporto testualmente da un'intervista di Josef Ginsburg postato da Andrea Carancini

“No”, disse. “I sionisti volevano solo essere sicuri che il commercio estero tedesco rimanesse sotto il loro controllo, come avevano fatto con la Germania nella prima guerra mondiale. Furono loro a operare il blocco e furono loro a romperlo. A nessun altro era permesso di fare tutto ciò: era davvero il monopolio sionista del commercio tedesco”.
Poi continua che finanziarono il regime anche durante la guerra ma non per far vincere la Germania ma solo per realizzare un profitto e per mantenere la loro influenza sui tedeschi ”
Vedi http://andreacarancini.blogspot.com/2012/01/unintervista-con-josef-ginsburg.html
Allora forse non è un caso che Hitler si rivolse a uomini di provata capacità e competenza. Molto significativamente, chiese l’aiuto di Hjalmar Schacht, banchiere e finanziere di spicco con un impressionante curriculum (di origine ebrea) e che non si dice che tutti i debiti di Versailles furono pagati e che non ci fu una ribellione al cappio dei risarcimenti della prima guerra mondiale.

Il problema allora è che questa rivivere l’economia tedesca è valida per quattro anni… (e relativamente alle opere civili ), un tempo breve per vedere se avesse retto oltre.
Weber dice che la politica economica hitleriana avrebbe potuto funzionare in Svezia, Danimarca e Olanda, che possiedono una popolazione dotata di buona cultura, autodisciplina e coesione etnico-culturale, nonché un’etica “comunitaria” tradizionalmente forte ... ma non può essere applicata in America, stante la natura individualistica e meno comunitaria del popolo americano
Allora che ne scrive a fare ?
Anche l’Austria sperimentò una crescita straordinaria dopo la sua ricongiunzione con il Reich Germanico del 1938. Subito dopo l’Anschluss… .
Ma cosa successe (ANCHE SOLO ECONOMICAMENTE) negli altri paesi occupati non si dice ?

In Italia questo rivivere tramite “opere civili ” sarebbe interessante, ma è tutto da definire.

Questa revisione di tutto porta a dire che il nazismo è stato pacifismo, benessere e fratellanza; che il gotha finanziario (di origine ebraica ) ha scatenato la guerra, o che sia stata la Russia comunista.
Allora vuoi vedere che in Spagna fu la Repubblica ad attaccare Franco, che la repubblica cadde per il “tradimento” dei comunisti (che pure ci fu) senza che il nazifascismo mai si sia alleato a Franco e mai abbia dato sostegno, anche materiale e diretto, al suo golpe ?

La personale opinione (suffragata anche dalla citazione da Carancini, ma non solo da quella) è che vi siano più lati oscuri e che portare forzatamente alla luce solo un lato serva a dare maggiore copertura all’altro lato oscuro… quello che in una guerra (sia combattuta che economica) finanzia i contendenti e pianifica, ogni 5,10,20 anni, chi vince.

Per questo io odio i nazisti dell’illinois e chi li finanzia.
http://www.youtube.com/watch?v=UhHr8gXVkjQ

(mi auguro che l’url dei link postati punti all’indirizzo esatto e non al not found 404 o a altervista)
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avatar gigi
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strano, molto strano, leggere gf che si batte contro le ideologie, dopo aver pubblicato un articolo su hh, dal sito del ihr (il massimo dell'imparzialita', notissimo per essere apolitico l'ihr) seguito da utente x che cita maurice bardeche, negazionista, e pure rozzo.
strano, nevvero?
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avatar Gianluca Freda
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Mi pare che non ti sia ben chiara la distinzione tra "ideologia" e "parzialità". La parzialità attiene a qualunque punto di vista, è nella struttura stessa della percezione umana, visto che chiunque percepisce come singolo e non come ente aspecifico. Chi pretende opinioni "imparziali" sta solo prendendoci per i fondelli, chiedendo l'impossibile. Solitamente è assai più parziale di coloro che critica.

L'ideologia, invece, è un tipo particolare di parzialità, che consiste nel far partire le proprie opinioni (necessariamente personali) da pure astrazioni e princìpi di massima, anziché dall'analisi dei fatti. Partire dall'analisi dei fatti non garantisce, di per sé, un risultato corretto e non pregiudiziale; ma è sempre meno pernicioso per la vita collettiva che trascurare i fatti del tutto e pretendere di martellare, con la forza, dentro le cose un costrutto metafisico che sta soltanto nella testa di chi lo elabora.

Esempio:
a) "L'Ungheria ha scelto una strada politicamente sbagliata" (oppure: politicamente lodevole). Questa è una posizione necessariamente parziale, la cui attendibilità va e andrà valutata nel concreto, raffrontando le condizioni complessive passate, presenti e future della società ungherese.

b) "L'Ungheria ha scelto una strada sbagliata perché non tutela i diritti dei gay". Questa è una posizione ideologica, oltre che parziale. Muove dall'assunto (moralmente astratto) che il metro di valutazione di una scelta politica debba necessariamente essere una questione che riguarda una ristretta minoranza di individui e che nulla ha a che vedere con le condizioni materiali di una società nazionale.

Nell'esperienza concreta delle cose, le posizioni di tipo "a" possono rivelarsi esatte o errate, ma presentano rischi minimi, visto che si correggono da sole, confrontandosi con la realtà, man mano che essa si modifica.

Le posizioni di tipo "b", partendo da astrazioni non verificabili, sono inalterabili dal tempo e dalla realtà, trascurano completamente il mondo che hanno intorno e le sue mutazioni e lo lasciano degenerare in nome di assiomi senza fondamento. Rappresentano una perniciosa anacoresi del pensiero umano, il quale, in atto di protervia, decide di togliere la parola ad ogni ente terreno e di chiudersi a chiave per sempre tra le quattro pareti delle proprie rimuginazioni.

(GF)
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avatar Pietro Eremita
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Ad uno che si esprime usando il neologismo "negazionista" non varrebbe la pena rispondere.

Non si potrebbe vietare il blog ai minorenni?
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avatar Gianluca Freda
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E' che per una sorta di deformazione professionale tendo a vedere i minorenni come futuri adulti e non come una categoria protetta o un problema di ordine pubblico.

(Vero è che per l'educazione di molti minorenni l'abbondanza di ceffoni si è rivelata spesso assai più proficua degli ammaestramenti di logica...).

(GF)
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avatar marcoangelo
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Grazie sentite a Gianluca Freda per la magnifica lezione di storia del novecento: vale da sola più di tutte le frescacce che mi sono dovuto sorbire in università da una serie di vecchie e purulente cariatidi buone tutt'al più per una partita a bocce al circolo della terza età.
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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Novembre 2012 23:19
 

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