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IRAN: UN APPELLO ALL'AUTODISCIPLINA PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Giovedì 19 Gennaio 2012 00:44

iran navy

 

 

Leggendo quanto riporta DEBKAfile, sito vicino all’intelligence israeliana, sembra che le diverse valutazioni riguardo all’urgenza di un attacco contro l’Iran abbiano creato l’ennesima crisi di rapporti politico/diplomatici tra USA e Israele dall’inizio della presidenza Obama. Dopo l’uccisione, avvenuta l’11 gennaio scorso, di Mostafa Ahmadi-Roshan, ennesimo tecnico nucleare iraniano a venire assassinato con la consueta tecnica del Mossad della bomba magnetica attaccata all’improvviso ad una portiera dell’auto, i rapporti tra USA e Israele si sono nuovamente raggelati.

Il giorno dopo l’omicidio, Obama ha raggiunto personalmente il premier israeliano Netanyahu con una telefonata furibonda. Il Segretario alla Difesa ed ex direttore della CIA Leon Panetta e lo stesso Segretario di Stato Hillary Clinton hanno inviato ai loro referenti in Israele alcuni messaggi privati, informandoli delle terribili conseguenze che un attacco all’Iran potrebbe avere sugli equilibri nella regione (e non solo).
Nel tentativo di calmare le acque, che Israele sta tentando in tutti i modi di agitare, gli USA hanno deciso di abbassare i toni sulla minaccia iraniana di bloccare lo stretto di Hormuz. Hanno così sospeso l’invio di portaerei nello stretto, rinunciando dunque per il momento al braccio di ferro con l’Iran, e si sono concentrati sul problema di tenere a freno Israele sui propositi di attacco contro i siti nucleari iraniani: se un attacco del genere avvenisse, anche per decisione unilaterale di Israele, difficilmente gli Stati Uniti potrebbero sottrarsi ad un intervento militare. Intervento che essi stessi non disdegnano, ovviamente, ma che se attuato in questo momento sarebbe per loro oltremodo rischioso. Troppe sono per gli USA le variabili in gioco: la prossimità delle elezioni presidenziali, sulle quali un’azione militare dagli esiti così imprevedibili potrebbe avere effetti dirompenti; l’intransigenza di Russia e Cina, le quali (almeno a chiacchiere) non sembrano intenzionate a chiudere un occhio su un eventuale atto d’aggressione contro la Repubblica Islamica; il rischio che un simile attacco comporterebbe se attuato prima che l’Iran sia indebolito a dovere da una lunga tornata di sanzioni commerciali e dall’eliminazione dell’attuale governo siriano, suo tradizionale intermediario con Hezbollah e Hamas; il fatto stesso che le forze NATO stiano ancora leccandosi le ferite dopo una guerra in Libia che, oltre a protrarsi più a lungo del preventivato, ha finito per creare tra le forze in seno all’Alleanza una quantità di attriti e reciproche diffidenze. Inoltre, un attacco all’Iran finirebbe per scompaginare le linee geostrategiche che le élite facenti capo al Partito Democratico tradizionalmente perseguono attraverso le “loro” amministrazioni. Queste linee sembrano avere per fulcro l’Europa e la zona del Mediterraneo (in cui va compresa la stessa Israele), delle quali si cerca di rinsaldare in ogni modo l’obbedienza e la subordinazione alla madrepatria atlantica; laddove le politiche delle amministrazioni repubblicane paiono indirizzate piuttosto a contrastare le potenze emergenti (Russia e Cina in primis) operando nel settore asiatico e lasciando alle “colonie” (Israele compresa) maggiore libertà di movimento. Un attacco all’Iran finirebbe per svincolare, almeno in parte, i paesi europei dalla morsa economico/militare in cui gli USA di Obama li hanno rinchiusi, riaprendo la strada alle già notevoli tentazioni eurasiatiche che dilagano per il vecchio continente, in direzione della Russia, e vanificando un quadriennio di pianificazione strategica che aveva prodotto per gli USA qualche risultato ragguardevole.
Non è un caso che sia proprio sotto le amministrazioni democratiche che si sono visti i maggiori attacchi all’autonomia dell’Europa occidentale: dall’organizzazione mediatica e d’intelligence del conflitto in Jugoslavia, all’aggressione contro la Serbia, agli “avvertimenti” terroristici ai paesi occidentali recalcitranti (vedi strage di Oslo), alla recente sostituzione in corsa e senza consultazione elettorale dei governi non perfettamente allineati (Grecia e Italia), fino ad arrivare alla morsa finanziaria che attraverso speculatori e declassamenti “ad hoc” eseguiti dalle agenzie di rating ha privato l’Europa di ogni capacità di iniziativa indipendente. Rientrano ovviamente in tale strategia “mediterranea” dei Democratici USA anche le “rivoluzioni colorate” in Africa del Nord, l’attacco alla Libia, il tentato golpe in Siria e la drastica riduzione della libertà concessa ad Israele, quest’ultima evidenziatasi fin dall’inizio della presidenza Obama.
Fin dalle prime tornate del dopo-Bush, infatti, fu evidente che la nuova amministrazione in carica non avrebbe consentito allo stato ebraico le stesse licenze che gli erano concesse quando a capo dell’establishment statunitense c’erano gli Ari Fliescher, i Douglas Feith, i Paul Wolfowitz, i Michael Chertoff e tutta la schiera di neocon con doppio passaporto israelo-statunitense che avevano fatto il bello e il cattivo tempo sotto l’amministrazione Bush. La pacchia era finita. E la dimostrazione di ciò fu un crescendo prima di “avvertimenti” e poi di iniziative apertamente rivolte a ridurre Israele a più miti consigli. Si iniziò in sordina, con l’arresto del bancarottiere Bernie Madoff e dei rabbini del New Jersey dediti al traffico di organi umani. Ci fu poi il “Discorso del Cairo” con il lungo braccio di ferro che ne seguì, tra Obama e Netanyahu, sulla riduzione degli insediamenti. Seguì la concessione della Medaglia d’Oro al Valor Militare al capitano William McGonagle, uno dei superstiti della USS Liberty, la nave americana aggredita da forze militari israeliane nel 1967. Seguirono la clamorosa “cacciata” di Netanyahu dalla Casa Bianca, la defenestrazione degli scagnozzi filo-israeliani Rahm Emmanuel, David Axelrod e Larry Summers, messi alle costole di Obama, le “rivoluzioni colorate” in Egitto e Tunisia (non concordate con Israele e non necessariamente di suo gradimento) e infine l’attuale crisi iraniana.
Per evitare colpi di testa contro l’Iran da parte di Israele e tenere quest’ultimo sotto stretta sorveglianza, gli USA avevano preventivato, per la prossima primavera, un’esercitazione militare congiunta di eccezionale magnitudine. L’esercitazione, denominata Austere Challenge 12, avrebbe dovuto tenersi ad aprile 2012 e rappresentare una vera e propria sfida a Teheran. Prevedeva lo schieramento massiccio di batterie missilistiche, cacciabombardieri, tank, sistemi radar, unità navali e di migliaia di unità operative di terra tanto israeliane quanto americane. Si trattava, in realtà, di una mossa con cui gli USA, sotto il pretesto di tenere a bada la “minaccia iraniana”, intendevano più che altro marcare stretto l’esercito israeliano per impedire che si lanciasse in avventure militari sgradite proprio in un periodo politicamente, economicamente e strategicamente cruciale per l’impero. Gli israeliani lo hanno capito subito e – stando a ciò che DEBKAfile riporta – hanno disdetto la propria partecipazione all’intera operazione, rinviando il tutto alla fine del 2012 col pretesto di “carenze di budget”, con gran sorpresa e sdegno degli americani.
“E’ la prima volta”, scrive DEBKAfile, “che Israele rinvia un’esercitazione militare congiunta; ciò ha provocato una scossa sismica nelle relazioni tra USA e Israele, in un momento in cui l’Iran non è mai stato così vicino a produrre un’arma nucleare. Questa settimana Netanyahu ha perfino fatto diramare ai suoi ministri una serie di dichiarazioni insolitamente critiche: il vice Primo Ministro Moshe Yaalon ha definito “esitante” l’amministrazione Obama (15 gennaio), dopodiché il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha incitato gli americani a “passare dalle parole ai fatti” (16 gennaio). Il messaggio in codice è che il governo israeliano si sente libero, se necessario, di attaccare i siti nucleari iraniani anche da solo e in un momento a sua scelta”.
Ciò che mette a Israele una fretta indiavolata è la decisione del governo iraniano di trasferire al più presto tutti i suoi centri di ricerca nucleare, come già fatto per l’installazione di Fordo, vicino Qom, in bunker sotterranei che li metterebbero al riparo dagli strumenti di sorveglianza israeliani. Israele rimprovera agli USA di stare agendo contro l’Iran con troppa lentezza e indecisione: le stesse sanzioni bancarie ed energetiche previste contro l’Iran, quand’anche venissero approvate, verrebbero applicate per gradi, come ha comunicato la stessa Casa Bianca. Questo darebbe all’Iran qualche mese di respiro per portare il proprio programma nucleare al di fuori della portata di un attacco israeliano. Israele vuole dunque agire in fretta, nell’arco di pochi mesi, se non immediatamente. Si tratta di un rischio a cui il ramo delle élite americane che governano la Casa Bianca in questo momento non è affatto felice di esporsi.
A questo si aggiunga che la linea con cui Teheran ha deciso di reagire alle pressioni internazionali appare improntata più all’aggressività che alla diplomazia. La minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz sembra per adesso aver sortito il suo effetto di deterrenza: dopo l’annuncio del capo delle forze armate iraniano, Ataollah Salehi, che tanto alla portaerei USS Stennis quanto ad altre “navi nemiche” sarebbe stato impedito l’ingresso nel Golfo, gli americani hanno deciso di non “vedere” il bluff iraniano, temendo, evidentemente, che potesse essere meno bluff di quanto inizialmente preventivato. Inoltre, sempre secondo DEBKAfile – riporto l’informazione che è da prendere con tutte le cautele del caso – Teheran avrebbe mobilitato gli operativi delle Brigate Al Qods, capeggiate dal generale Qassem Soleimani, per colpire installazioni petrolifere e altri bersagli americani in Arabia Saudita, Turchia e Kuwait. Nel corso di questa settimana, il gen. Soleimani si sarebbe anche incontrato per due volte con le autorità del governo siriano, allo scopo di pianificare una sincronizzazione tra il giro di vite che Assad intende sferrare contro le insurrezioni interne (gestite e finanziate da organismi e operativi israelo-americani) e una serie di attacchi che le Brigate Al Qods intendono portare a termine contro obiettivi in Turchia, Libano, Gaza, Sinai e naturalmente Israele. Le stesse autorità di Teheran avevano già fatto sapere che avrebbero reagito con determinazione all’ennesimo assassinio di un loro scienziato nucleare. Gli attacchi contro la Turchia, in particolare, sarebbero una ritorsione contro la decisione di questo paese di consentire l’installazione sul proprio territorio di una stazione radar americana, con la quale gli USA intenderebbero fronteggiare eventuali attacchi missilistici iraniani. Il portavoce del Parlamento iraniano, Ali Larjiani, aveva già espresso alla Turchia, durante la sua visita del 12 gennaio, la propria riprovazione per questa decisione.
L’Iran si trova coinvolto, in questo momento, in una duplice guerra: una dei nervi, alimentata dalle pressioni israelo-americane, e una contro il tempo, per mettere al sicuro il proprio programma nucleare prima che un attacco militare ne vanifichi i progressi fin qui ottenuti e le prospettive future. Gli Stati Uniti stanno ammassando nella zona forze imponenti in preparazione di un conflitto militare. 15.000 soldati sono presenti in Kuwait – due brigate di fanteria e un’unità elicotteristica – e nelle vicinanze stazionano già le portaerei americane USS Stennis e USS Vinson, più una terza, la USS Lincoln, che è in rotta per il Golfo. Se l’Iran conta sulla protezione russa come deterrente ad un attacco militare, farebbe bene a ripensarci il più in fretta possibile. Mentre la crisi di Hormuz era nel vivo del suo sviluppo, l’ammiraglio Kapitanets, vicecomandante della Marina Russa, aveva dichiarato a Russia Today: “Le risorse da combattimento della  Marina iraniana non sono comparabili con le potenzialità di fuoco del gruppo di portaerei degli Stati Uniti entrato nello Stretto di Hormuz e quindi non sono in grado di opporsi”. Leggendo tra le righe, l’avvertimento è forte e chiaro: Kapitanets ha invitato gli iraniani a non forzare troppo la mano, a non provocare, né a  fornire pretesti per provocare, un incidente che dia fuoco alle polveri, perché, in questo caso, i russi sarebbero impossibilitati a intervenire in loro aiuto. Lo sforzo della Russia a favore dell’Iran può svolgersi e si sta svolgendo sul piano diplomatico, ma se la situazione dovesse scivolare verso il conflitto aperto, i russi, con questa dichiarazione, hanno già annunciato il proprio disimpegno.
“Le azioni americane”, ha aggiunto Kapitanets, “sono certamente provocatorie, ma è improbabile che si arrivi fino al punto di un confronto militare diretto. Di certo, la situazione nella regione è molto complessa, ma è improbabile che sfoci in azioni militari”. Si tratta di un invito piuttosto esplicito a tenere i nervi saldi e a non spingere troppo oltre le proprie reazioni alle provocazioni del nemico, fornendo così un pretesto per un’aggressione armata all’Iran, alla quale, evidentemente, i russi, nonostante i proclami ufficiali, non si sentono pronti a fornire una risposta efficace. Un invito, che gli iraniani farebbero bene a tenere nella massima considerazione, ad agire attraverso la diplomazia, e non tramite le ritorsioni d’intelligence. Se la notizia della mobilitazione delle Brigate Al Qods è attendibile - e non semplice opera di disinformazione di DEBKAfile mirante a creare il “casus belli”, ipotesi questa da non escludere del tutto - allora si tratta di una strategia pericolosa per Teheran, un boomerang che potrebbe ritorcerlesi contro, privandola del fattore tempo, indispensabile in questo momento per rafforzarsi e portare a compimento il proprio programma nucleare. Una strategia autolesionista e azzardata, da evitare ad ogni costo.

 

 

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Salve Freda.

Sono sostanzialmente d’accordo con le tue considerazioni, ma il complottista che è in me mi spinge ad avere alcuni dubbi sull’impostazione che stanno prendendo gli eventi iraniani.

Primo: Se, come dici tu, la strategia delle elite che utilizzano i democratici come galoppini è quella di rafforzamento della presa sul settore europeo-mediterraneo e quindi provoca un “tiro di guinzaglio” al cane israeliano, com’è che sono così titubanti e apparentemente lenti nel reagire a provocazioni così sfacciate da parte di Israele? Senza mettere in dubbio la superiorità militare statunitense sull’Iran, davvero credono di poterne uscire “puliti” se Israele pianta un casino e li “trascina” nella guerra? Credono di potercela fare così a buon mercato, senza che sia nemmeno iniziata la manovra di accerchiamento sull’Iran a base di sanzioni e taglio dei ponti con gli alleati? Bhe, se Libia Docet…

Secondo: Visto che la vittoria contro la Libia è costata le proverbiali sette camicie e che ha creato quintali d’acredine tra gli “alleati”, come fanno gli USA a prendere apparentemente così alla leggera una situazione che rischia di inimicare apertamente la Russia e la Cina? Non è un rischio puntare sul fatto che sia tutto un bluff? Oltretutto in un momento in cui il potere si appresta al ciclico cambio di se stesso come le elezioni presidenziali… Senza contare che gli interessi europei, russi, cinesi e giapponesi nell’Iran sono molto maggiori che nella Libia, che (io penso) è stata, seppur a denti digrignati, sacrificata al padrone statunitense; quindi gli USA dovrebbero riuscire nella doppia impresa di eliminare l’Iran senza aver compiuto le operazioni preliminari di indebolimento e al contempo costringere tutti gli “alleati” a stare buoni. Un’impresa che, ad oggi, appare un azzardo molto pericoloso.

Terzo: Ciò che sembra prospettarsi all’orizzonte appare in totale antitesi della strategia “democratica”, visto che per schiacciare l’Iran dovrebbero concentrare una mole di risorse che necessariamente sarebbero prelevate da quelle solitamente poste a guardia dello steccato europeo. Come possono fare una cosa simile, per giunta quando pericolosissimi (per loro) Orbàn già impazzano in giro? Come possono farlo sapendo che vi sono paesi col dente talmente avvelenato (Norvegia) che potrebbero cogliere la palla al balzo, spinti anche dall’“eversiva” Ungheria?

Insomma, faccio fatica a credere che il “bambino casinista” israeliano sia così bellamente in grado di “costringere” gli USA a fare un qualcosa di così autolesionista per loro, figurarsi quando le elite che comandano sono quelle che tradizionalmente limitano Israele.

Non che si arriverà a un punto simile, ma Israele non può seriamente illudersi che gli Stati Uniti antepongano la sua sopravvivenza alla propria, e se per assurdo, in un lontano futuro, si dovesse arrivare ad un simile bivio, piuttosto sarebbero gli USA stessi a nuclearizzare Israele fino a farlo sparire dalle cartine geografiche.
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avatar Gianluca Freda
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Ciao Rickard,
per valutare la situazione in cui si trovano gli USA, occorre ovviamente tenere presente che Israele non è esattamente una "colonia" degli USA (come ho un po' distrattamente scritto nell'articolo, forse accomunandolo troppo ai paesi europei), tantomeno è un paese "sguattero" come lo sono l'Italia o la Grecia. Israele è un paese satellite, ma possiede armi nucleari, un esercito di tutto rispetto (del resto, fornito in gran parte dagli stessi USA), una politica estera forte ed autonoma, nonché una potente lobby su suolo statunitense che non sarà forse la "coda che muove il cane", come azzarda qualcuno, ma che possiede un suo peso innegabile sulla politica americana. Il punto vulnerabile di questa lobby è il suo essere anch'essa divisa in correnti, tutte ovviamente filoebraiche, ma non tutte filoisraeliane. Se è vero che con l'avvento dell'amministrazione Obama la corrente filoisraeliana della lobby sembra aver abbassato notevolmente la cresta, essa è tutt'altro che doma e le sue connessioni con la patria sionista sono forti.
Ciò che Israele e la sua lobby USA temono principalmente da un Iran nucleare, non è tanto la possibilità di un futuro attacco iraniano sul suo territorio (piuttosto inverosimile) ma il totale riassetto dei piani USA in Medio Oriente, che farebbe perdere a Israele il ruolo di "fortificazione" americana privilegiata nella zona e lo costringerebbe a dividere i finanziamenti e la cogestione strategica statunitense con un nuovo attore di primo piano.
Questo Israele non può assolutamente permetterselo. Israele è, a ragion veduta, la nazione più odiata della zona, per non dire del mondo, e se gli USA, con il consueto cinico pragmatismo, si rivolgessero all'Iran anche solo come "secondo" controllore dell'area, la perdita di centralità dello stato ebraico e la sua disgregazione subirebbero un'accelerazione verticale.
Da qui la sua fretta di ricondurre l'Iran, se non proprio all'età della pietra, perlomeno ad uno status prenucleare.

Gli Stati Uniti non hanno affatto la stessa fretta, soprattutto finché restano - come sembrano al momento destinati a restare per i prossimi quattro anni - nelle mani delle élite Democratiche. Sembra suggerirlo lo stesso Kapitanets, quando fa notare tra le righe alle autorità iraniane che non è dagli Stati Uniti che devono attendersi l'apertura di un conflitto militare diretto. Il problema è che bloccare Israele non è così semplice. Gli USA non potrebbero mai permettersi azioni d'inimicizia troppo scoperte contro il loro "principale alleato" se non vogliono perdere completamente il controllo sul Medio Oriente e devono giocare con i mezzi della strategia, della manipolazione e dell'intelligence, che rappresentano attualmente, forse più ancora che le forze militari, il loro vero punto di forza in ogni scenario del globo.

Se Israele dovesse attaccare l'Iran, gli USA offrirebbero probabilmente un appoggio limitato per salvare le apparenze, nella speranza che entrambi i contendenti escano indeboliti dal confronto. Io credo perfino che, sotto sotto, sperino che sia Israele ad uscirne con le ossa più scassate. Paradossalmente, un'eventuale vittoria schiacciante di Israele, in stile Guerra dei Sei Giorni, sarebbe per gli USA un esito perfino più indesiderabile del perfezionamento del programma nucleare iraniano.

L'unica alternativa per gli Stati Uniti, a questo punto, sarebbe la totale obliterazione della Repubblica Islamica e la sua occupazione militare con proprie truppe che la sottraggano al controllo israeliano: ma si tratta di uno scenario difficilmente immaginabile, sia perché l'Iran non è la Libia e nemmeno l'Iraq, sia perché se c'è una cosa che gli USA non sono in grado di fare è proprio un'occupazione con proprie truppe, sia perché una situazione del genere avrebbe ripercussioni sugli equilibri mondiali di cui è facile immaginare le motivazioni, ma è impossibile prevedere gli esiti.

Io francamente non ho mai creduto molto alla "follia del genere umano". Gli Stati Uniti, nel corso della loro storia, si sono macchiati di orrori e perversioni indicibili, mai eguagliate dagli albori della specie, ma non hanno mai agito per "follia", bensì in base ad un'attenta pianificazione degli interessi in gioco e dei profitti risultanti dalle operazioni. Mi sembra difficile pensare che si inseriscano di propria iniziativa in uno scenario lose-lose, quale sarebbe quello derivante da una guerra contro l'Iran, a seguito della quale, comunque vadano le cose, finirebbero per perdere, a favore delle potenze emergenti, tutto il vantaggio fin qui acquisito in questa fase. Penso che agiranno in ogni modo possibile per scongiurare tale eventualità, almeno fino a che l'Iran non sarà indebolito a sufficienza da trasformarsi nella solita formica che l'elefante può schiacciare con una zampata distratta. In questo senso, in caso di attacco israeliano, mi sembra più probabile che assumano una posizione di belligeranza dichiarata contro l'Iran, ma di collaborazione con Israele ristretta al minimo indispensabile e "temperata" da rassicurazioni diplomatiche sotterranee a Russia e Cina, contando sul loro disimpegno. Anche così la situazione potrebbe avere sviluppi difficili da preventivare, ma del resto l'unica carta che gli USA hanno in mano è quella della preparazione diplomatica e strategica, più che quella militare; una carta che hanno dimostrato in recenti occasioni di saper giocare eccellentemente.

(GF)
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Capisco, in effetti la situazione è ben complessa e ogni direzione ha potenziali buche in cui cadere.

Quando tu dici:

Se Israele dovesse attaccare l'Iran, gli USA offrirebbero probabilmente un appoggio limitato per salvare le apparenze, nella speranza che entrambi i contendenti escano indeboliti dal confronto. Io credo perfino che, sotto sotto, sperino che sia Israele ad uscirne con le ossa più scassate. Paradossalmente, un'eventuale vittoria schiacciante di Israele, in stile Guerra dei Sei Giorni, sarebbe per gli USA un esito perfino più indesiderabile del perfezionamento del programma nucleare iraniano.

Proprio in virtù del cinismo e della assenza di scrupoli tipici degli USA, chissà se potrebbero realmente decidere di ricondurre Israele all’ovile “con le cattive” permettendo allo stato sionista di attaccare l’Iran, dando solo un supporto minimale di facciata e contemporaneamente, tramite canali sotterranei, dare il via libera (nel senso di: fa pure, a me non importa) a Russia e/o Cina per rifornire di uomini e mezzi la Repubblica Islamica.

In questo ipotetico scenario Israele ne uscirebbe con le ossa rotte, anche se non sarebbe raso al suolo e dovrebbe giocoforza prendere atto della propria debolezza quando il rubinetto americano viene chiuso o ridotto al minimo, quindi non avrebbe altra scelta che chinare la testa e, appunto, tornare all’ovile.

Ovviamente la mia visione è infinitamente più limitata di quella totale che hanno le elite americane ora al potere, ma così su due piedi è uno dei pochi modi che mi viene in mente per evitare una di quelle situazioni in cui a prescindere dal risultato gli USA sarebbero sconfitti.
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ottimo intervento di geopolitica ( direi QUASI degno del miglior kleeves :-D) , aggiungo due mie considerazioni
1) La russia teme solo il passaggio dell' iran nel cerchio di ferro americano che deve strangolarla e questo passaggio puo' avvenire solo con a) occupazione militare dell' iran ( tipo libia ) b) capitolazion politica dell' iran ( tipo congiura di re-giorgio ) .
A tutte queste due cose si opporra' risolutamente, ma nella attuale fase l' unica cosa che la russia deve evitare e ' l' avventurismo di un iran che si sentisse troppo coperto dalla russia
2) l' elite iraniana ha i nervi saldi e non cadra' in provocazioni. Se si analizza la politica iraniana dal 1979 non si puo' non vederne sia la freddezza delle mosse che la capacita' di sviluppare strategia di lungo periodo senza preoccuparsi di dover nell' intermedio incassare duri colpi per raggiungere i proprio scopi.
La mia idea e' quindi che israele attacchera' e che l' iran rispondera' con molta freddezza fino a addfirittura incassare i colpi senza risposte NELL' IMMEDIATO.
Se U$raele crede di fottere gli iraniani come hanno fottuto tedeschi e giapponesi credo che avranno delle amare sorprese.
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Uno fra gli articoli più interessanti che mi sia capitato di leggere su Internet. Le mie congratulazioni al sgn. Freda.
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avatar Gianni
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Questo per integrare il discorso di Gianluca.

http://www.repubblica.it/esteri/2012/01/21/news/assassinare_obama-28509802/?ref=HREC1-2

Saluti
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