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DUE TORRI PIENE DI DUBBI PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Mercoledì 14 Settembre 2011 16:22

wtc

 

di John Kleeves (Stefano Anelli)

articolo del 28/12/2001

 


Pubblico questo articolo di John Kleeves risalente al dicembre 2001, dal quale si evince come, a pochi mesi di distanza dagli attentati di cui ricorre il decennale, il noto scrittore – morto l’anno scorso in uno stranissimo caso di omicidio-suicidio – avesse già immaginato molte cose, poi rivelatesi esatte negli anni successivi.
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Ultimo aggiornamento Giovedì 26 Gennaio 2012 15:15
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IL RITORNO DEL TERRIBILE GIOCATTOLAIO PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Mercoledì 15 Settembre 2010 20:07

zoomcopter

Chi possiede un po’ di familiarità con i retroscena degli attacchi dell’11 settembre 2001, saprà sicuramente chi è Dominik Suter. Si trattava del titolare dell’azienda di trasporti newyorchese nota come Urban Moving System, in realtà un’attività di copertura del Mossad israeliano, di cui Suter era un agente. I famosi “cinque israeliani danzanti”, che ballavano di gioia e si davano il cinque mentre filmavano gli edifici del WTC che crollavano al suolo, erano altrettante spie israeliane e furono arrestati dalla polizia newyorchese proprio accanto ad uno dei furgoncini della Urban Moving System di cui erano alle dipendenze. Uno dei cinque aveva con sé 4.700 dollari in contanti. Un altro aveva due passaporti esteri. All’interno del furgone venne trovato uno dei “taglierini” che i fantomatici 19 terroristi avrebbero utilizzato per dirottare gli aerei.

Si sospetta fortemente che i furgoncini della UMS siano stati utilizzati, fra le altre cose, per trasportare l’esplosivo destinato a minare i tre grattacieli demoliti l’11/9. Com’è noto, le cinque spie del Mossad arrestate (Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari, tutti tra i 22 e i 27 anni di età), vennero rispedite in Israele dopo appena dieci settimane, grazie all’interessamento dell’allora capo della Homeland Security americana Michael Chertoff, anche lui cittadino israeliano (sua madre era stata tra i membri fondatori del Mossad). Tre dei “cinque israeliani danzanti” (Shmuel, Ellner e Marmari) comparvero in seguito anche alla tv israeliana, dichiarando che la loro missione era “semplicemente” quella di documentare l’evento. Non spiegarono però perché tale documentazione producesse in loro tanto sollazzo.

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Non si trattò, peraltro, delle uniche spie israeliane arrestate su suolo americano a ridosso dell’11/9. Stando a quanto sostiene Fox News, nei mesi precedenti la data degli attacchi furono arrestati almeno 140 israeliani sospettati di essere coinvolti in operazioni di spionaggio; altri 60 vennero arrestati dopo l’11/9. Tutto questo fa pensare, ovviamente, che negli Stati Uniti fosse in preparazione un’operazione di intelligence del Mossad di assai ampie proporzioni, strettamente connessa agli eventi dell’11/9.

Due giorni dopo l’arresto delle cinque spie, Dominik Suter fuggì precipitosamente in Israele, sotto il naso degli agenti dell’FBI, intenti a sequestrare computer e scatole di documenti nella sede centrale della UMS a Weehawken, in New Jersey. Quando tre mesi dopo i cameramen del programma 20/20 della ABC arrivarono per filmare gli uffici dell’azienda, il personale sembrava essere fuggito via in fretta e furia. “Sembrava che l’azienda fosse stata chiusa in gran fretta”, si legge sul sito della ABC, “c’erano telefoni cellulari sparsi dappertutto; le linee telefoniche dell’azienda erano ancora operative e gli oggetti di proprietà di dozzine di clienti erano ammassati in magazzino”.

Fin qui i fatti che sono noti più o meno a tutti. Pochi sanno però che la Urban Moving System non era l’unica attività di copertura del Mossad in cui Suter fosse coinvolto. Suter è registrato anche come agente di un’altra compagnia, la Gould Street Corporation. Per gestire questa seconda attività, Suter  risultava titolare di un ufficio situato al n. 73-75 di Gould Street a Bajonne, in New Jersey.

gould

Dando un’occhiata con Google Earth, si può notare che al 73-75 di Gould Street hanno sede alcuni grossi capannoni:

google earth

All’interno di questi capannoni, si trovava il deposito merce di un’altra azienda, la E & W River Corporation, con sede al n. 73 di Gould Street. Questa azienda risulta concessionaria della vendita dello Zoom Copter (foto in alto), che dovrebbe essere un’altra vecchia conoscenza degli studiosi dell’11/9. Lo Zoom Copter era un giocattolo che veniva venduto, nei giorni precedenti all’11/9, in piccoli chioschi sparsi nei centri commerciali degli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Fox News, vi erano “migliaia” di questi punti vendita, tutti gestiti da sedicenti “studenti d’arte” israeliani (la maggior parte dei quali era priva di permesso di soggiorno). Come riferito dalla Fox, gli “studenti d’arte” non erano altro che agenti del Mossad israeliano operanti su suolo americano, probabilmente per preparare la grande e sanguinosa messinscena dell’11/9, e utilizzavano la vendita di giocattoli e dipinti come ennesima copertura per le loro attività di spionaggio. Questa massiccia presenza di cittadini israeliani in territorio americano fra il 2000 e il 2001 aveva insospettito la DEA, l’agenzia antidroga statunitense, che aveva iniziato ad indagare sulle piccole rivendite di giocattoli, sospettando un’operazione dell’intelligence israeliano; ma gli agenti della DEA erano stati fermati pochi mesi prima dell’11/9 dal Procuratore Generale John Ashcroft (altro fanatico cristiano-sionista legato a gruppi radicali come Stand for Israel; il suo Ashcroft Group lavora oggi per la IAI, l’industria aerospaziale israeliana) e dal direttore dell’FBI, Louis Freeh.

Dominic Suter era dunque il “trait d’union”, l’elemento unificante di due di queste attività di copertura: la Urban Moving System e la vendita degli elicotteri giocattolo.

La cosa preoccupante è che, stando a quanto riferisce Wayne Madsen in questo articolo, negli USA si starebbe verificando in questi giorni una reviviscenza dell’invasione degli “studenti d’arte” israeliani, proprio come avvenuto fra il 2000 e il 2001. La Transportation Security Administration (TSA) riferisce che alcuni di questi “studenti” avrebbero iniziato a battere la zona di Brea, in California, per vendere porta a porta dipinti e articoli di vario genere. Anche nella zona di Atlanta alcuni stranieri, la cui descrizione corrisponde a quella di cittadini israeliani, avrebbero iniziato a contattare telefonicamente e di persona le famiglie del luogo chiedendo la possibilità di ospitare studenti israeliani presso le loro abitazioni per uno “scambio alla pari”. In vari centri commerciali degli Stati Uniti sono poi comparsi piccoli chioschi, gestiti da israeliani, che vendono cosmetici ricavati da “sali del Mar Morto con tecniche piuttosto “aggressive” e che sono improvvisamente spariti dopo le segnalazioni arrivate alle autorità da parte di alcuni cittadini. Uno dei centri commerciali in cui tali attività sono state segnalate è il Coronado Mall di Albuquerque, in New Mexico, non lontano dalle base aerea di Kirtland, che ospita uno dei più importanti centri di stoccaggio delle armi nucleari degli Stati uniti. I sospetti che l’intelligence israeliana sia al lavoro per realizzare una seconda (e più grave) operazione false-flag come quella dell’11/9 sono dunque giustificati, soprattutto alla luce della recente accelerazione delle ostilità israeliane verso l’Iran, cui gli Stati Uniti – senza una nuova catastrofe da addossare questa volta alla Repubblica Islamica – difficilmente sarebbero disposti a prestare supporto militare.


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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Novembre 2010 21:06
 
IL THINK.TANK GOVERNATIVO: INFILTRARE I SITI COSPIRAZIONISTI PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Martedì 14 Settembre 2010 20:04

cameron

IL THINK-TANK GOVERNATIVO: “INFILTRARE I SITI COSPIRAZIONISTI”

di Paul Joseph Watson

dal sito PrisonPlanet

traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli e Tziu Treccole

 

Furibondo per il fatto che il coinvolgimento dello Stato nei maggiori attacchi terroristici sia stato rivelato al pubblico più ampio mai raggiunto prima attraverso internet, un think tank britannico strettamente legato a Downing Street ha fatto appello alle autorità affinché siano infiltrati i siti che trattano di cospirazioni nel tentativo di «incrementare la fiducia nel governo».

«Un rapporto pubblicato oggi da Demos, “The Power of Unreason” (trad. “Il potere dell’irrazionalità”), sostiene che la segretezza che circonda le indagini di eventi come gli attacchi di New York dell’11 settembre e gli attentati di Londra del 7 Luglio fornisce solo maggior peso alle accuse senza prove sul fatto che siano stati perpetrati “dall’interno”», riferisce il quotidiano londinese «Independent».

In altre parole, il fatto che lo schiacciante ammontare di prove indichi che tanto il 7 luglio quanto l’11/9 fossero in una maniera o nell’altra “inside jobs”, e che un enorme numero di persone ne sia ora al corrente per via della crescente influenza di internet, sta ostacolando i tentativi di commettere altri atti terroristici, perciò il governo ha bisogno di cambiare la sua strategia.

Nel rapporto, Demos «raccomanda al governo di reagire infiltrando i siti internet che trattano queste teorie.» Uno degli strumenti che Demos già utilizza per “contrattaccare” rispetto alle teorie dei complotti consiste nell’etichettare chiunque sfidi la versione ufficiale del governo come un estremista o un reclutatore di terroristi.

La strategia rispecchia quella sostenuta dallo “zar” dell’informazione della Casa Bianca, Cass Sunstein, che in un “libro bianco” del 2008 faceva appello affinché i siti web che trattavano di complotti fossero infiltrati e indeboliti con lo scopo di ridurne l’influenza. Nello stesso rapporto, Sunstein si appellava inoltre affinché fossero prese misure fiscali contro le teorie cospirazioniste (ossia ogni punto di vista che differisca dalla versione ufficiale) e per l’assoluto divieto di esprimersi liberamente su quanto sia disapprovato dalle autorità.

Quel che Demos e Sunstein stanno auspicando è la classica infiltrazione stile “provocateur” - aggiornata al XXI secolo - venuta alla ribalta durante gli anni del Cointelpro, un programmma FBI del periodo 1956-1971 volto a intralciare, marginalizzare e neutralizzare i dissidenti politici, spesso con l’uso di metodi illegali.

Il fatto che i governi di ambedue le parti politiche siano stati continuamente scoperti a mentire in modo sistematico su tutto ciò che arrivava alla luce del sole, con la collaborazione obbediente dei grandi organi mediatici che hanno aiutato le autorità a insabbiare i propri misfatti, ha provocato un crollo totale della fiducia da parte della gente, un effetto che ora sta seriamente frustrando i tentativi dello Stato intesi a ottenere un consenso di riflesso, con milioni di persone che si ribellano al sistema attraverso la disobbedienza civile e la non-collaborazione in una miriade di modi diversi.

Questo è il motivo per cui Demos, un organo delle autorità britanniche, si accalora affinché si infiltrino i “siti cospirazionisti” - cioè i gruppi di persone che trasmettono la verità - per cercare di “aumentare la fiducia” in un governo che ha perso tutta la sua credibilità.

Come abbiamo documentato, i governi di tutto il mondo, specialmente quello USA e quello israeliano, già impiegano squadre di agenti il cui unico compito è quello di infiltrare e sovvertire i siti web che pubblicano la verità sulla corruzione e le atrocità dei governi.

Demos è un’avanguardia della rete Common Purpose, un gruppo che il capitano di corvetta Brian Gerrish ha descritto come un giocatore chiave per far avanzare il ruolo della Gran Bretagna nel nuovo ordine mondiale. Julia Middleton, la responsabile di Common Purpose, siede nel comitato consultivo di Demos.

Demos è stata fondata nel 1993 dai marxisti Martin Jacques e Geoff Mulgan, ed è stata vista collaborare strettamente con il governo laburista di Tony Blair. Mulgan iniziò a lavorare a Downing Street nel 1997.

Anche l’attuale primo ministro britannico David Cameron collabora strettamente con Demos e ha pronunciato dei discorsi agli eventi del gruppo. Demos ha abitualmente operato come piattaforma degli elitisti che desiderano alterare drasticamente gli assetti sociali, abolire le libertà, e sacrificare la sovranità britannica prefiggendosi un governo globale.

Il 9 Agosto 2006 il ministro degli Interni britannico John Reid, un altro ex marxista, tenne un discorso a una conferenza Demos nel quale sostenne che i britannici «dovrebbero modificare la loro nozione di libertà», lamentando che la libertà è «usata in modo distorto e abusata dai terroristi».

Di Demos sono sono partner svariate altre organizzazioni globaliste dal governo all’industria, tra cui l’IBM, il Carnegie United Kingdom Trust e la Shell International. Il logo dell’organizzazione contiene un “occhio che tutto vede” all’interno della grafica.

Sebbene il gruppo si ponga come un think tank indipendente, Demos è poco più di un’azienda di pubbliche relazioni del governo e dei servizi di sicurezza britannici. Il suo tentativo di demonizzare le teorie sulle cospirazioni per «aumentare la fiducia nel governo» è un evidente stratagemma volto a eseguire gli ordini dei suoi padroni, demonizzando chiunque contesti uno Stato corrotto e bugiardo e le sue infami attività come un estremista e un potenziale terrorista interno - contribuendo a quel processo di normalizzazione che cerca di schiacciare la libertà di parola in internet.


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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Novembre 2010 21:05
 
PUNTO DI FUGA PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Lunedì 13 Settembre 2010 20:02

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“Tutti concordiamo sul fatto che la vostra teoria sia folle. Il problema che ci divide è se essa sia abbastanza folle da avere una possibilità di essere corretta. La mia sensazione è che non sia folle a sufficienza." (Niels Bohr)

 

Hanno ragione i nostri detrattori. Noi blogger, abituati da anni a snobbare e deridere l’informazione cartacea e televisiva, viviamo sicuramente in una realtà tutta nostra. A volte perdiamo il polso della realtà esterna e non riusciamo a realizzare fino a che punto ce la siamo lasciata alle spalle.

La “realtà esterna” a cui mi riferisco è quella che sono solito definire “interpretazione condivisa” del percepibile.

Un tale cade dal cinquantesimo piano di un grattacielo e si spiaccica sul selciato. Questa è “realtà”. A nessuno verrebbe mai in mente di sostenere che la realtà possa essere qualcosa di diverso. Ad esempio che un volo dal cinquantesimo piano possa produrre effetti differenti da quello esemplificato. Senza voler sprofondare troppo in oziose elucubrazioni hegeliane, vorrei però che il lettore provasse ad immaginare per un istante (e per assurdo) la stessa scena dal solo punto di vista oggettivo e fenomenico; immaginando cioè che non vi sia nessuna soggettività, nessuna coscienza, nessuna forma di consapevolezza interpretante (né quella dello sventurato precipitante, né quella di nessun altro) ad attribuire senso all’evento. E’ abbastanza evidente che la “realtà” che ho descritto perderebbe ogni parvenza di significato. Sul piano puramente fenomenico, i concetti di “grattacielo” e “selciato” sono privi di senso. E’ l’osservatore che separa l’uno dall’altro i componenti della materia, assegnando a ciascuno un nome. In fisica delle particelle i concetti di “vita” e “morte” sono astrazioni non quantificabili e tra un corpo vivo e uno sfracellato sul selciato non esiste una differenza apprezzabile. Per dirla tutta, la stessa distinzione tra un corpo umano e la materia circostante non ha molto significato. Anche il principio di causa/effetto, così basilare nella nostra logica (lo schianto sul marciapiede è effetto della caduta) è per l’appunto solo un prodotto della logica e non ha alcun senso, ad esempio, nella meccanica quantistica dei corpuscoli.

Il poveretto sfracellato sull’asfalto è dunque reale? Certo che sì. Ma “reale”, non bisognerebbe mai dimenticarlo, non è il mondo in sé, ma il nome che diamo ad un’interpretazione dei fenomeni che abbia raggiunto un sufficiente grado di condivisione collettiva.

Da che esiste l’uomo, sono le élite dominanti di un determinato consesso sociale a fornire i parametri su cui dovrà fondarsi tale condivisione. Per questo motivo, quasi tutto ciò che sappiamo del mondo è il prodotto di una convenzione culturale imposta per via diretta o indiretta dalle forze che gestiscono la società in cui viviamo e che abbiamo, fin da bambini, “succhiato col latte materno” dall’ambiente circostante. Gli strumenti attraverso i quali viene posta in atto questa “condivisione” che chiamiamo realtà, sono quelli della propaganda (media, scienza,  letteratura, predicazione religiosa, ecc.), gestiti con ferrea determinazione da coloro che, di volta in volta, riescono a porsi al vertice della piramide sociale. La “realtà” che ci viene proposta sarà sempre, pertanto, quella più favorevole ai progetti dell’élite che guida le masse nel momento storico contingente.

Esistono però situazioni atipiche, solitamente riscontrabili in quelli che chiameremo “periodi di transizione”. Sono i momenti in cui la vecchia élite inizia a dissolversi, la “realtà” di cui si era fatta garante si indebolisce, i suoi strumenti di propaganda affannano dietro l’incalzare di nuove reti di organizzazione percettiva gestite da una nuova élite, che si fa portatrice di un nuovo schema di elaborazione dei fenomeni. Questi peculiari momenti storici sono caratterizzati da quella che potremmo chiamare una “sovrapposizione coerente” di realtà. Il mondo perde la sua univocità e si presenta in coppie di variabili non compatibili, la cui natura è spiccatamente probabilistica. In meccanica quantistica si definirebbe questo stato di coesistenza di realtà oscillanti come “onda di probabilità” indeterminate, che attende l’intervento misuratore risolutivo di un osservatore specifico per collassare in un valore definito.

Mi sono fatto l’idea che stiamo vivendo in una realtà “oscillante” di questo tipo leggendo questo articolo di Le Monde sugli eventi dell’11 settembre 2001. Non potrebbe esserci migliore esemplificazione di come il principio di indeterminazione di Heisenberg sia applicabile alle due opposte e coesistenti interpretazioni con cui l’umanità percepisce oggi la dinamica di quei fatti. Le due interpretazioni (che definiremo “ufficialista” e “investigativa”) si presentano infatti come una coppia di osservabili non compatibili, nei quali quanto maggiore è la conoscenza di una delle due versioni tanto più completa sarà l’assenza di conoscenza sull’altra.

Ad esempio, io ero del tutto ignaro che la conoscenza degli eventi dell’11/9 da parte dei giornalisti “mainstream” (perfino giornalisti leggermente meno “embedded” della media generale, come quelli di Le Monde) fosse così paurosamente arretrata, superficiale, imprecisa come quella che mostra di possedere Heléne Bekmezian, autrice dell’articolo in questione. La Bekmezian non sa nemmeno che le torri furono colpite (secondo la versione ufficialista) da aerei di compagnie diverse, la United e la American Airlines; sembra non sapere nulla del WTC7, la terza torre crollata inspiegabilmente senza mai essere stata colpita da alcun aereo e diventata ormai tra gli artefici della versione investigativa ancor più celebre delle altre due; parla di rivendicazioni di Al-Qaeda senza sapere che il video in cui Bin Laden dichiarava la propria responsabilità negli attentati è stato dimostrato falso, da anni, al di là di ogni ragionevole dubbio; non si degna neppure di citare lo schianto di AA77 sul Pentagono e le molte ricerche compiute anche su questo improbabile avvenimento. Voglio dire: non stiamo parlando di uno dei tanti giornalisti pagati per nascondere i fatti; stiamo parlando di una giornalista che, al contrario, vorrebbe evidenziare, sia pur con estrema cautela, alcune vistose contraddizioni della versione ufficiale. Ma non sa nulla di nulla delle ricerche e dei risultati raggiunti dalle investigazioni indipendenti in questi nove anni, esattamente come io ignoravo totalmente che la visione dei fatti propria degli ufficialisti fosse rimasta alla preistoria. Siamo di fronte a due distinte e incompatibili percezioni sovrapposte della stessa realtà osservabile, una delle quali (quella degli ufficialisti) mira a tenersi disperatamente alla larga da ogni misurazione che farebbe collassare la funzione d’onda in senso ad essa sfavorevole, provocando la sua definitiva rimozione dal campo probabilistico.

Questo terrore di affrontare la fase di misurazione (vale a dire: di confrontarsi con nove anni di indagini e scoperte da parte dei ricercatori indipendenti) è particolarmente palpabile nei commenti dei lettori presenti in calce all’articolo. E’ un vero e proprio fuggi fuggi generale, una sarabanda di anatemi e urla di spavento, un disperato invito al silenzio rivolto ad una giornalista che, pur servendosi di un testo estremamente blando ed equilibrato, osa ricordare agli ufficialisti che essi sono soltanto una delle due variabili probabilistiche in superposizione. Come un atterrito gatto di Schrödinger, i credenti della versione ufficiale si aggrappano disperatamente con le unghie al coperchio della scatola in cui sono rinchiusi, tentando di scongiurare l’eventualità che un osservatore la apra per constatare il loro decesso.

“Questo conferma i miei peggiori timori sul carattere pandemico delle idee cospirazioniste”, scrive un lettore di Le Monde, che vorrebbe probabilmente introdurre contro il “complottismo” un apposito vaccino, come quello contro l’influenza suina.

Un altro paragona le ricerche sull’11 settembre alle teorie sull’assassinio di Lady Diana e sull’inesistenza di Napoleone. Il problema, a suo avviso, è che “la modesta realtà di un gruppo di fanatici ben organizzati a bordo di aerei comuni è troppo piatta” per i complottisti; così ci pensa lui a ravvivarla un po’ raccontando qualche barzelletta.

Un lettore che si firma JPX la butta, con qualche ragione, sul piano dell’approfondimento giornalistico: “Ciò che principalmente si può rimproverare all’articolo è la sua vacuità. E’ vuoto, approssimativo, vagamente informativo. Sembra Wikipedia... ma il problema è che non mi sono abbonato a Le Monde per avere Wikipedia”. Se fossi in lui, farei a Wikipedia un monumento. Se davvero la Bekmezian avesse consultato e rese note le conclusioni cui sono giunti in questi anni molti gruppi di professionisti indipendenti, anziché adottare il “dico-non dico” dei felini terrorizzati, probabilmente i lettori di Le Monde avrebbero dovuto assoldare un sicario per abbatterla sul posto.

Le accuse di blasfemia sono un coro, strepitato con voce rotta dall’incredulità: “Questo articolo è indegno. Esso apre la porta ad una follia di natura religiosa, fondata sulla credenza popolare e sul mito. Ed è su Le Monde! Allucinante. A quando un articolo favorevole ai negazionisti corredato di qualche indirizzo internet?”. Speriamo presto. Poche cose, nella vita, sono più divertenti di un prete che va fuori dai gangheri di fronte a chi gli contesta la Trinità.

“Assolutamente INESCUSABILE che una giornalista dia spazio ai deliri cospirazionisti di estrema sinistra che circolano su internet...”, scrive un disperato nel timore di veder crollare il suo piccolo e comodo mondo in cui destra e sinistra sono le uniche direzioni consentite nella circolazione semaforica del pensiero.

I lettori troppo spaventati per emettere suoni intelligibili, si aggrappano alle minacce di boicottaggio economico (“ho intenzione di disdire il mio abbonamento!”) oppure all’accusa fine-di-mondo di fare il gioco del Satana Islamico (“Le bugie e la disinformazione, soprattutto via internet, fanno il gioco degli islamisti radicali. Complimenti a coloro che mettono in dubbio un crimine efferato di cui sono capaci solo i razzisti radicali”).

Tutta questa cagnara, si badi bene, per un articolo che, alla fine dei conti, non dice niente di niente, che si limita ad accennare in modo estremamente generico a “dubbi” sulla versione ufficiale, senza minimamente citare le molte certezze sulla demolizione controllata degli edifici del WTC cui è giunta la ricerca investigativa nel corso degli anni.

Vero è che, tra tanti lettori in fuga dinanzi all’ignominia della verifica sperimentale, ve ne sono anche alcuni che si complimentano con l’autrice per aver osato portare su un giornale dell’establishment l’empietà sacrilega della negazione della fede. Curiosamente, costoro non vengono né maledetti, né insultati, né tantomeno (ovviamente) affrontati sul piano dialettico. Ci si limita a ignorarli, a fingere di non vederli, ad abbassare lo sguardo di fronte alla loro presenza come un asceta cristiano chiuderebbe gli occhi dinanzi ad un’apparizione di Osiride.

Ne traggo due conclusioni. Primo: tra le due realtà in superposizione, quella degli ufficialisti è, nel pacchetto d’onda, dotata del valore minimo di distribuzione delle probabilità. Il più piccolo intervento di misurazione da parte di un qualsiasi osservatore rischia di innescare il suo decadimento dallo stato metastabile, confinandola nella periferia probabilistica dei “molti mondi” everettiani a tenere compagnia a Giulio Cesare mentre si reca, con le tre caravelle, alla scoperta dell’America. Gli ufficialisti lo sanno bene e sono molto nervosi. Le ultime rilevazioni statistiche dicono che il 74% circa degli americani (e figuriamoci il resto del mondo!) li ritengono ormai, abbastanza apertamente, l’equivalente, per affidabilità scientifico/interpretativa, di un doppio cheeseburger con senape. Non provate ad aprire la loro scatola o vi graffieranno, miagolando e strepitando come gattacci impazziti.

Secondo: sul tema dell’11/9 stiamo assistendo ad un conflitto fra stati probabilistici di realtà che presuppone necessariamente l’esistenza di un conflitto retrostante tra élite culturali, in lotta per la prevalenza e dotate di mezzi di propaganda contrapposti. Questa constatazione mi crea qualche problema interpretativo. Se infatti è evidente la natura dei mezzi di comunicazione in conflitto (stampa e tv da una parte contro le nuove tecnologie informatiche dall’altra), mi risulta assai difficile individuare i connotati della nuova élite che li sta utilizzando per emergere progressivamente su quella in fase d’obsolescenza. Siamo forse noi smanettoni, chattari e bloggettari, ad essere in procinto di relegare i vecchi demiurghi della realtà nella periferia quantistica dei mondi a bassa frequenza probabilistica? E’ arduo da credere. Non mi sento così importante e non sono così superbo. E’ invece più probabile che la nascita della rete informativa di internet rifletta l’instabilità dello scenario politico attuale, in cui gli spazi di libertà comunicativa apertisi all’improvviso sono il portato di una nuova fase multipolare, con nuove realtà statuali ed economiche che si affacciano alla scena del mondo, contendendo l’alloro della supremazia alla decrepita Unica Superpotenza Amica in fase di declino e di perdita di controllo. In parole povere: non siamo noi (ahimé) la nuova élite, semplicemente ci muoviamo, più o meno liberamente e consapevolmente, fra le crepe aperte nella vecchia realtà dall’esplodere del conflitto tra élite. I risultati di questo conflitto e i caratteri del gruppo neocontendente sono elementi non ancora ben definiti, ma una cosa è certa: chi ha adottato come strumento divulgativo le nuove tecnologie (e permette indirettamente, tra le altre cose, la diffusione della versione “investigativa” sull’11/9) sta avendo, per il momento, la meglio. E alla grande.

Cito un’esperienza personale: nel luglio scorso mi sono trovato a partecipare agli esami di maturità presso un istituto per geometri. Si è presentato un ragazzo, con una tesina sul grattacielo più alto del mondo, il Burj Khalifa di Dubai. Parlando con uno degli altri insegnanti, ha iniziato ad esporre le caratteristiche tecnico/ingegneristiche dell’edificio, studiate apposta per limitare i danni strutturali in caso d’impatto con i velivoli. D’istinto, mi è venuto alla mente il parallelismo con gli edifici del WTC, che, secondo le assurdità sostenute dagli ufficialisti, sarebbero crollati fino alle fondamenta – caso unico nella storia dell’edilizia – a causa dell’impatto con un aereo, come se i progettisti non avessero tenuto conto, nel costruirli, di questa eventualità (e sorvoliamo sul WTC7, che avrebbe fatto la stessa fine a causa di un semplice incendio). Mi sono morso la lingua per non fare al ragazzo la domanda che mi veniva alle labbra: “secondo te, si tratta dell’unico grattacielo costruito con questi criteri?”. Una domanda del genere mi avrebbe portato direttamente a parlare dell’11/9 e di ciò che penso della teoria dei 19 arabi telediretti dalla bat-caverna in Afghanistan. Preferivo evitarlo. Agli esami di maturità ci si trova in istituti esterni, fra professori, studenti e presidi che non si conoscono. Inoltre, per la mia esperienza, gran parte del ceto insegnante (con qualche vistosa ma infrequente eccezione) sposa istintivamente le tesi dell’ufficialità, come legittima e spontanea forma di tutela della propria posizione. Non mi sembrava il momento opportuno per tenere una conferenza sulle tecniche di manipolazione mediatica delle masse.

Invece, con mia somma sorpresa, è stato proprio uno dei membri interni della commissione a proporre l’obiezione che avevo in mente io. Ha poi espresso, con grande chiarezza e con la competenza di un conoscitore della materia, tutte le sue perplessità sul crollo degli edifici del WTC. Ne è nata una breve e liberatoria discussione in cui ciascun insegnante ha proposto i suoi dubbi sulla versione ufficiale all’attenzione degli altri. C’era nell’aria un senso di sincera sorpresa, come se a ciascuno sembrasse irreale poter rendere esplicita la propria convinzione che l’informazione ufficiale sia un cumulo di ridicole e puerili menzogne. Se nemmeno gli insegnanti delle scuole superiori si fidano più della realtà confezionata dagli ufficialisti e dai loro strumenti di tutela dell’ortodossia, vuol dire che i teorici del “complotto islamico del malvagio stregone” hanno i giorni contati.

Non è colpa loro. Le loro fandonie erano abbastanza stupide e folli da entrare nell’immaginario collettivo e rimanerci per secoli, come la favola dei bambini fenici sacrificati al dio Cronos inventata da Diodoro Siculo in funzione anticartaginese. Un fumetto splendido, d’idiozia sublime e rutilante realizzazione, con tutte le carte in regola per entrare a far parte delle favole della buonanotte che gli studenti di tutto il mondo studiano con sollecitudine sui testi di storia. Come potevano sapere che si sarebbero trovati a vendere la propria realtà proprio nel momento in cui essa entrava in superposizione con un’altra, nel bel mezzo del declino precipitoso dei loro referenti culturali, alla vigilia di una fase di misurazione della funzione d’onda, il cui collasso non promette, per il loro universo, niente di buono? Potete chiamarli venduti, se volete. Ma a casa mia, signori, questa si chiama sfiga.


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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Novembre 2010 21:04
 
IL PARERE DELL'ESPERTO PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Freda   
Lunedì 19 Luglio 2010 15:40

Prove dell'uso di esplosivi sul sito del WTC, secondo

un ex tecnico della Controlled Demolitions Inc.

Dal sito ae911truth.org

Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi e Tziu Treccole.


Avendo avuto il privilegio di parlare con Tom Sullivan, un tecnico esperto nella collocazione di cariche esplosive per le demolizioni controllate, abbiamo alcune nuove chiavi che ci permettono di capire meglio il modo in cui la demolizione controllata funziona, laddove inizi, e quali sono state le ripercussioni dell’11 settembre nel settore delle demolizioni. Sullivan ha acquisito la sua esperienza in qualità di dipendente dell’azienda capofila in questo campo: la Controlled Demolition, Inc. (CDI). Tuttavia, Sullivan ha tenuto a sottolineare: «In nessun caso mi presento come portavoce per il CDI, e quello che ho da dire lo dico per esperienza e formazione personale.»

Sullivan è andato alle scuole superiori con Doug Loizeaux, della famiglia Loizeaux. Questa famiglia, in primo luogo il padre Jack, in modo autonomo ha lanciato l'intero settore delle demolizioni controllate, un’industria che alla fine è diventata un affare assai profittevole. Prima di avere a che fare con la CDI, Sullivan era un fotografo indipendente, durante i suoi primi anni nel Maryland. Sarebbe poi stato inviato nei siti delle demolizioni controllate per scattare fotografie dei lavori. Diventò perciò un appassionato ed entusiasta del settore delle demolizioni controllate.

Arrivò il momento in cui volle fare entrambe le cose: essere l’uomo che collocava le "cariche di taglio" sui punti di rottura, e quello che scattava le foto alla messa in opera per promuovere il proprio business. Presto sarebbe diventato un dipendente a tempo pieno della CDI, come AE911Truth ha avuto modo di verificare.

«È stato un lavoro molto interessante, ma anche duro, per lunghe ore, soprattutto quando faceva freddo», osserva Sullivan. Il quale aggiunge che la giornata di lavoro iniziava presto, intorno alle 6 del mattino, e si lavorava fino al tramonto. Sullivan ha lavorato all’allestimento degli edifici con la collocazione delle cariche di taglio in corrispondenza dei punti di rottura e poi, naturalmente, se ne stava a contemplare il tutto mentre crollava.

Sullivan sottolinea che la preparazione richiede diverse settimane per "indebolire" gli edifici prima delle demolizioni. Gli edifici con struttura in acciaio semplicemente non cadono entro il perimetro della loro base in caduta libera senza un grosso lavoro lungo tutto l’edificio, a volte anche prima di piazzare le cariche esplosive. Sullivan sottolinea questo punto: «Gli incendi non possono radere al suolo edifici di grande altezza con struttura in acciaio. Punto.»

Sullivan spiega che lavorare per CDI è stata «un'esperienza davvero unica». E aggiunge: «erano una famiglia molto unita», con riferimento ai valori familiari dei Loizeaux. «Ho imparato tramite l’osservazione», dice Sullivan, «non lo impari a scuola, ma sporcandoti le mani con il duro lavoro.» Sullivan ha scattato centinaia di foto dei progetti, attraverso cui ha sviluppato una profonda passione per questo lavoro.

Quando gli abbiamo chiesto cosa avesse reso la CDI il leader di mercato, ha risposto che «la loro famiglia aveva tutta l’esperienza perché aveva “inventato” l'arte della demolizione controllata. Per anni e anni hanno viaggiato per il mondo, facendo dimostrazioni e attività di formazione su come funziona questa particolare arte.»

Purtroppo, l'attività ha meno mercato dopo l’11 settembre. «La gente era spaventata, e se per caso si udiva una forte esplosione si pensava che fosse un qualche attentato terroristico», ha detto Sullivan, con una nota di frustrazione. «La paura ha preso il sopravvento e così non c’era più spazio per il business»., Anche Mark Loizeaux (il presidente del CDI) ha detto che l’11/9 lo aveva rovinato. Sullivan non ebbe altra scelta che lasciare la CDI. Curiosamente, la CDI ha avuto un ruolo nel ripulire il WTC nell'ambito di un subcontratto con Tully Construction. Il 22 settembre 2001, CDI sottopose un "preliminare" di 25 pagine al Dipartimento di progettazione e costruzione della città di New York, un piano connesso a rimozione e riciclaggio dell'acciaio. [¹]

Sullivan sostiene che sin dal primo giorno sapeva che la distruzione del World Trade Center 7 durante l’11 settembre era una classica implosione controllata. Quando gli abbiamo chiesto di darci la sua opinione su come l'edificio possa essere stato distrutto, ha spiegato che «osservando l'edificio non sarebbe stato un problema: una volta ottenuto l’accesso alle condutture degli ascensori ... allora un team di esperti di esplosivi avrebbe potuto accedere di soppiatto alle colonne e travi all’interno. Il resto verrebbe compiuto semplicemente con il giusto tipo di esplosivi per l’opera. Si può anche usare bene la termite.»

Brent Blanchard, fotografo della società di demolizioni controllate Protec, ha detto -a critica dell'ipotesi di una demolizione controllata - che si sarebbero dovuti trovare dappertutto i cavi per le detonazioni nonché gli involucri lasciati fra i mucchi di detriti dalle cariche di taglio . Così abbiamo chiesto una risposta a Sullivan, il quale nota che:

«I detonatori telecomandati senza fili esistono da anni. Guardate in qualsiasi film d'azione. E, naturalmente, i militari li hanno. Il motivo per cui la maggior parte dei fornitori del servizio non li adopera è perché sono molto costosi, ma in un progetto con un grandissimo budget non ci sarebbe alcun problema. Stesso discorso per gli involucri: tutti, in questo settore, compreso Blanchard, dovrebbero ben sapere che le cariche da taglio esplosive RDX, una volta esplose, vanno completamente distrutte, non rimane nulla. E nel caso delle cariche da taglio con la termite, è la stessa cosa. Gli involucri per cariche da taglio alla termite che si auto-consumano sono sulla piazza sin dal loro primo brevetto nel 1984»

Abbiamo chiesto a Sullivan se tutti i piani del WTC 7 dovevano essere riempiti di esplosivi per avere successo nella demolizione controllata.

La sua risposta è:

«No, perché nel caso di edifici con struttura d'acciaio, ciò di cui si ha bisogno è solo di caricare il primo terzo in basso del fabbricato per demolirlo: quando alla CDI fu dato un lavoro ad Hartford Conn, l’edificio CNG, è quanto abbiamo fatto e ha funzionato perfettamente».

Gli riferiamo che Ron Craig, un esperto di esplosioni per i film di Hollywood, ha obiettato - durante un dibattito che abbiamo avuto con lui - che ci sarebbero stati molti isolati con le finestre rotte, se avessimo avuto a che fare con una demolizione controllata .

Sullivan replica:

«la parola chiave qui è demolizione controllata – in altre parole un’attenta collocazione delle cariche - sempre focalizzata e precisa. Non stiamo parlando di innescare una bomba, in questo caso. La quantità e il tipo di esplosivo è un’arte, e i danni collaterali possono essere spesso completamente evitati».

Gli abbiamo poi chiesto conto della spiegazione di Shyam Sunder, che ha diretto l'inchiesta del NIST (National Institute of Standards and Technology), il quale ha dichiarato durante la famigerata conferenza stampa che "rivelava" la Relazione finale sul crollo dell’Edificio 7 del World Trade Center, che ci sarebbe dovuto essere un grande "botto" derivante da una potente esplosione se l'edificio fosse stato distrutto da una demolizione controllata.

Secondo Sullivan,

«In ogni implosione non vi è mai solo una grande esplosione, quanto semmai delle ondate di esplosioni più piccole – non diversamente dalla sezione delle percussioni in un'orchestra - quando ogni piano minato viene progressivamente coinvolto.»

E quando quel giorno Sullivan osservò i crolli delle torri, così come fecero molte persone, fu sorpreso non solo dalla velocità con cui avvennero, ma anche dalla loro simmetria e dal fatto che si verificarono all'improvviso.

«Sapevo che era un evento legato all’uso di esplosivi non appena l'ho visto, non avevo il minimo dubbio», sostiene Sullivan.

La maggior parte di noi è d'accordo su questo: non è un caso che la prima torre sia improvvisamente crollata, e poi la seconda nello stesso modo. Quel che lo convinse del tutto fu quando osservò il crollo della Torre numero 7 nello stesso giorno:

«Voglio dire, suvvia, era una distruzione completa. Ho visto edifici cadere nello stesso modo per anni. Questo chiudeva il discorso lì, per me».

Si tenga a mente che Sullivan ha lavorato in questo settore per molti anni: è una seconda natura per lui, il riconoscere questo tipo di demolizioni. Se c'è qualcuno che può esprimere la sua opinione, questo è sicuramente lui. Tuttavia, abbiamo ancora da chiedergli: Potrebbe esserci qualche possibilità che dei normali incendi d'ufficio (la causa ufficiale del "collasso") possano essere stati responsabili del crollo perfettamente simmetrico, regolare, a velocità di caduta libera dell’Edificio 7? «Nessuna possibilità», ribadisce. Volevamo solo essere sicuri.

Quando gli chiediamo se ha seguito alcuna delle audizioni della Commissione di inchiesta sull’11/9 o di quelle legate alla relazione del NIST, ci dà la stessa a stessa risposta per entrambe:

«Io non ho alcuna tolleranza per la gente che mi mente su quel che so essere vero. Ho abbandonato il campo disgustato e non ho mai assistito ad alcuna audizione dopo la prima. Stesso discorso per il NIST, non ho guardato la presentazione NIST, perché sapevo che cosa dovevo aspettarmi.» Tuttavia, ha letto la relazione finale sul crollo dell’Edificio 7 e racconta di essersi infuriato al pensiero che potessero davvero convincere così tanta gente con le loro spiegazioni fraudolente».

Sullivan venne in contatto per la prima volta con AE911Truth tramite un amico che gli aveva inviato il DVD 9/11: Blueprint for Truth. Lo guardò e si sentì felicissimo di scoprire che c’era un’associazione che cercava di informare il pubblico su quel che lui cercava di spiegare sin da quel tragico giorno. «AE911Truth è il gruppo più attento e organizzato del movimento per la verità sul 11 Settembre. Non c'è speculazione», afferma. «“Blueprint for Truth” è fatto di informazioni fattuali e importanti basate solo sulla scienza e la fisica, ed è chiaro e preciso.» Quando gli chiediamo se è d'accordo con le prove avanzate dal DVD, Sullivan annuisce: «Contiene prove estremamente convincenti.»

Infine, gli chiediamo: «Quanti architetti e ingegneri occorrerà che parlino all’unisono, per poter far finalmente sentire alla gente che abbiamo un problema?». E lui:«Quando l'elenco si allunga, diventerà sempre più difficile negare il problema, ma continueranno a negare lo stesso.»

Note:

1) Sullivan è venuto dalla costa orientale USA per una presentazione breve ma importante (QUI) nei giorni 7 e 8 maggio, in occasione della presentazione congiunta di Architects & Engineers for 9/11 Truth e di Firefighters for 9/11 Truth. Ha raggiunto Richard Gage, dell’AIA e Erik Lawyer per una presentazione di 10 minuti e ha risposto a qualche domanda sul settore delle demolizioni, sulla famiglia Loizeaux della CDI, e sul modo in cui i tre grattacieli del WTC furono demoliti. Prima di questa presentazione era già comparso con Gage e Lawyer alla KFPA Radio Berkeley nella trasmissione "Guns & Butter" in compagnia di Bonnie Faulkner, che aveva grandi domande da porre.

2) La dicitura "DO NOT COPY" (“non copiare”, ndt) sovrimpressa sulle immagini è stata aggiunta da Tom Sullivan. Queste immagini non possono essere copiate in contesti diversi dal presente articolo, o dopo sua specifica approvazione.


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Ultimo aggiornamento Domenica 05 Dicembre 2010 16:54
 
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